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martedì 15 ottobre 2013

Senti, senti la perpetua...

Un caro saluto a tutti i lettori. 
Torno a scrivere dopo un periodo caratterizzato da una deduzione allo studio non musicale quasi...da carcerato; torno, però, lieto. Ecco il perché.
Pochi giorni fa mi sono recato in una chiesa della mia zona, quasi per caso. Volevo studiare all'organo della mia parrocchia ma, giunto al luogo, trovo che si celebrava un funerale. Dispiaciuto per la sorte del defunto ma al contempo scocciato perché il suo funerale costituiva un contrattempo per quel che mi riguardava (sono di carne pure io, abbiate pietà), torno in macchina e decido di fare una giratina. Dopo un po' mi viene in mente che potrei andare a provare l'organo di una chiesa che conosco (organo che avevo sentito suonare in maniera pessima) e che mi era descritta "inaccessibile". Per farla breve, vado lì e nel giro di qualche minuto sono alla consolle, col permesso del parroco.
Pochi minuti dopo mi vedo spuntare da dietro la donnina cui avevo chiesto dove fosse il parroco ché avrei voluto chiedergli di poter suonare all'organo; la signora, a dire il vero, non troppo anziana, prima se ne sta un po' in silenzio e poi comincia a dirmi quello che sembrava uno sfogo da tempo covato. 
Si scagliava contro quelli che lì suonavano con le chitarre elettriche, i bonghi e altri perché "fanno chiasso, urlano e strepitano, tanto che gli [a loro] ho chiesto se ci posso pure portare la mi' gatta quando urla a squarciagola", soprattutto perché "suonano quello che garba a loro, ma in chiesa si deve suonare per elevare le anime e non per far baccano". 
Beh, anzitutto mi fa piacere che la critica sia motivata. Spesso, infatti, chi ha ragione purtroppo passa dalla parte del torto quando o non argomenta o fornisce argomenti che sono forti solo da un punto di vista soggettivo. 
In secondo luogo sono rimasto piacevolmente colpito dal nocciolo duro della critica della signora: "fanno musica che piace a loro". A conferma di questo punto mi diceva che molti, specie fra gli anziani, se sentivano completamente fuori luogo rispetto a quel contesto liturgico. Visto che il dialogo è vero e ciò che ne è sorto è frutto della spontaneità e non dell'artificiosità (nessuno si è messo d'accordo con nessuno su cosa dire e come farlo), visto il contesto di assoluta franchezza (spesso manca la sana parrhesia evangelica nelle nostre parrocchie), queste parole hanno confermato quanto detto da me più volte: non ha senso dividere l'assemblea a seguito dei desideri di una categoria sociale, anzi è dannoso. Non so quanto i parroci sappiano ciò e vogliano saperlo (meglio un vecchio brontolone o un giovane scontento? nell'indecisione si sceglie di sacrificare i pochi anni rimanenti del primo per scommettere tutto sul secondo), tuttavia ciò dimostra il fallimento di certa pastorale, quella sì che è una vecchia da abbandonare in un cantuccio del focolare alle nostalgie dei suo anni verdi.
In buona sostanza, quelle parole di una normale signore di una normale parrocchia a me sono sembrate le più profetiche che possano esserci. La signora, infatti, mi ha anche detto che la "loro musica" riusciva ai più estranea perché...estranea a tutti gli effetti. E come darle torto? L'andazzo musicale delle liturgie più giovanilistiche cambia sempre con le mode, tanto che una generazione non si riconosce più in un'altra: e così i canti degli anni '70 e '80 sono bollati già come "vecchi", quelli degli anni '90 invece sono "sempre i soliti"...ovviamente poi ogni generazione si barrica nell'insicurezza del luogo comune ("quando io ero ragazzino, tutti cantavano e la musica era bella, mica questo troiaio). Non sto facendo riferimento a uno scontro generazionale fra sessantenni e ventenni, ma a un'effettiva inconciliabile visione che abbraccia ogni generazione, a partire dal "basso" sino agli attuali quarantenni. E non parlo nemmeno per sentito dire, ma perché più volte mi sono trovato inserito in queste discussioni.
E, infine, bisogna aggiungere il caso dei giovani-vecchi: giovani che si avviano all'età adulta che pretendono di dire quali siano i gusti della gioventù, quando non si rendono conto che la gioventù non sono più loro e questa è sempre più lontana dalla capacità media di comprensione (le nuove generazioni sono -volente o nolente- qualcosa di ignoto, completamente sconosciuto all'esperienza che tutti noi abbiamo avuto, soprattutto a casa dell'impatto delle nuove tecnologie su di esse fin dalla nascita). 
In conclusione, l'episodio della "perpetua" mia ha spinto ad approfondire la ricerca di un autentico canto popolare che possa inserirsi nella liturgia: già da tempo sto indagando su questo settore e, quando potrò, fornirò un'attenta disamina della situazione. Tutto questo perché? Perché, Signori, volente o nolente, c'è stata una riforma liturgica e, se non siamo noi organisti/maestri di cappella e altri (tutti amanti della vera tradizione, sia quella liturgica sia quella culturale) a proporre un modello positivo, sarà qualcun altro (di solito a noi ostile) a svolgere questo compito e a questo punto lamentarsi non servirà a nulla. Ritirarsi sull'Aventino è sciocco perché è inutile.

Un saluto e a presto!

mercoledì 27 febbraio 2013

Catechesi musicale (II)

Premetto che, come in tutti i post intitolati "catechesi musicale", manterrò un linguaggio colloquiale, il più possibile lontano da citazioni puntuali.
Ebbene, dopo la necessaria premesse, è arrivato il tempo di confrontarsi con l'annoso problema: canti vecchi o canti nuovi?
Anzitutto bisogna chiedersi qual è l'idea di canto che la Chiesa ha "in testa": dai documenti conciliari e dal Magistero dei papi, si ricava che il primo posto è riservato al canto gregoriano e alla polifonia romana. Questo non vuol dire che bisogna fare solo il gregoriano e Palestrina, per intenderci. No, non è così. Purtroppo, invece, notiamo come due categorie distinte diano la stessa lettura delle medesime disposizioni: i conservatori estremisti (che si chiudono in un repertorio fisso basato su 2/3 autori morti da secoli) e i progressisti (che, sostenendo l'impossibilità -per le parrocchie- di dar seguito alle direttive ufficiali, in nome delle ragioni pastorali evitano direttamente il gregoriano e la polifonia romana). 
Cosa dobbiamo intendere, allora? Anzitutto, il primato conferito ai due generi è un primato d'onore e non strettamente vincolate. In secondo luogo, il primato è dato per ben precise ragioni e tanto più un qualsiasi canto si avvicinerà a queste, tanto più sarà vicino al gregoriano e alla polifonia romana e, necessariamente, alla musica sacra. In buona sostanza, come accennato precedentemente, se comprendiamo il vero spirito liturgico comprendiamo veramente la norma e non sembrerà che queste norme costituiscano una riduzione di libertà. 

  1. Perché il canto gregoriano? Perché ha movimenti piuttosto semplici, intervalli non esagerati fra tono e tono (nota e nota) e un'estensione non troppo estesa, ma nemmeno limitata in maniera banale. In teoria, quindi, il gregoriano ha tutte le carte in regola per essere il vero canto dell'assemblea, almeno se guardiamo solo all'armonia musicale. Il discorso cambia per quel che riguarda la tecnica d'esecuzione. A questo punto però bisogna fare una precisazione: non possiamo pretendere che un organista di chiesa sia un concertista e quindi non possiamo pretendere che il gregoriano dell'assemblea sia quello più filologicamente corretto (per cantarlo così ci vogliono anni di buono studio!). Un gregoriano discreto sarà comunque in grado di fare in modo ottimo il suo lavoro: elevare gli spiriti dei fedeli in maniera sacrale. Infine bisogna ricordare che la Chiesa promuove il gregoriano in quanto canto proprio e primo della liturgia cattolica di rito latino (romano; per l'ambrosiano, il mozarabico etc abbiamo altre antiche e nobilissime tradizioni musicali, affini -comunque- alla gregoriana); sarebbe impensabile che il canto proprio della liturgia non venisse ricordato come modello del canto delle nostre liturgie e come prima alternativa da considerare
  2. Perché la polifonia romana? Perché è la forma polifonica che meglio unisce alta costruzione armonica a chiara comprensione del testo. Altre polifonie son permesse? beh, certo. Ma quando il testo diventa incomprensibile o ineseguibile per la difficoltà del canto, siamo sicuri di voler fare lo stesso quel pezzo? quanto ha di egoistico la cosa? e quanto di educativo e formativo per l'assemblea? Inoltre, leggendo qua e là, ho trovato scritto (prometto di approfondire l'argomento) che pure il gregoriano era polifonico. Quindi la Chiesa si è sempre avvalsa dell'uso dia della monodia sia della polifonia, fin dai primi secoli e sostenere che la polifonia è una forma deviata del canto liturgico (come qualcuno si ostina a ripetere per addurre una presunta ragione "ragionevole" al divieto soggettivo e opinabile di intonarla in chiesa) è sostenere una falsità. La polifonia ha un suo perché: la ricchezza armonica del canto vuol essere sia un omaggio a Dio sia un simbolo della musica celestiale, poiché essa sarebbe intonata in armonia dai cori angelici (notare l'uso non casuale dei termini). Vale lo stesso discorso di sopra: non si richiede alla corale parrocchiale un esecuzione concertistica. Tuttavia è necessaria una precisazione: rispetto al gregoriano, la polifonia romana non è semplice, anzi. Solo una corale ben rodata e formata può intraprendere lo studio e l'esecuzione di brani non troppo difficili.
A questo punto bisogna fare una precisazione. La polifonia romana era scritta per cori di professionisti, il gregoriano no, era il canto di ogni monaco. Ovviamente, quindi, la prima è oggettivamente di più difficile esecuzione del secondo. Visto che, come sempre detto, le cose -in liturgia- o si fanno bene o non si fanno affatto (sant'Agostino invitava al silenzio chi non sapeva cantare!), è meglio non intraprendere la via della polifonia romana se non si ha una corale ben formata e conviene concentrarsi sullo studio del gregoriano, che -se fatto ottimamente- dà soddisfazione infinita a chi lo canta e innalza vertiginosamente il clima di sacralità della liturgia celebrata; d'altronde, per quanto possa apparire semplice, il bel canto (gregoriano) richiede sempre studio e dedizione. 

Dunque, fatto il punto della situazione, non ci resta che rispondere al primo quesito: canti vecchi o canti nuovi?

Alla luce di quanto detto detto, non esistono canti vecchi e canti nuovi, ma canti adatti e canti inadatti. Un melenso brano tardo ottocentesco dal testo poco comprensibile è da rifiutare così come un modernissimo e giovanilistico pezzo ritmato con un testo da deficienti (tipo quello che parla degli aeroplani). Il Regno dei Cieli, dice il Signore, è simile a un padrone di casa che estrae cose vecchie e cose nuove. Se, dunque, le nostre liturgie vogliono portare in Terra quell'atmosfera celestiale, ciò avviene anche attraverso il saggio impiego di cose vecchie e cose nuove, dove però entrambe le cose aderiscono pienamente allo spirito liturgico autentico. Una pletora di autori moderni e contemporanei ha scritto e scrive per noi, per offrirci le cose nuove. Basta saper scegliere. Altrettanto dicasi per quelli del passato. Sì, basta saper scegliere. 
Ma in base a cosa scegliamo? Anzitutto bisogna considerare le norme (o meglio: le ragioni alla base delle norme), in secondo luogo non possiamo non pensare alla Bellezza (quella con la maiuscola, quella che educa al Bello e porta al sacro), in terzo ma non ultimo luogo bisogna pensare all'effettiva eseguibilità del brano d parte o del coro o dell'assemblea.
Possiamo pure stilare una lista di criteri quando pensiamo a un'esecuzione per l'assemblea, per spostarci sul piano della pratica:

  • che il canto sia effettivamente sacro (o religioso, se proprio non si può fare diversamente);
  • che il canto e il testo siano belli, ossia dignitosi, misurati e lontani da qualsiasi eccesso (troppo difficile perché troppo concettuale, troppo banale perché troppo pop);
  • che il canto sia eseguibile dall'assemblea, ovviamente non in maniera ottimale sin da subito (ma che questo traguardo non risulti una meta nemmeno lontanamente irraggiungibile);
  • che il canto sia formativo e funzionale a quello che viene celebrato.
Concludendo, la frase "cantate a Dio un canto nuovo" non vuol dire buttare alle ortiche tutto ciò che di bello è stato prodotto. Lo stesso canto più e più volte fatto può risultare nuovo quando lo si valorizzi in ogni sua componente, ossia quando lo si esegua bene e nel giusto momento celebrativo. Non è tanto l'oggetto che deve esser nuovo, ma l'intento: a Dio si intona il canto nuovo perché la novità citata dal salmista rappresenta il meglio (qualcosa mai eseguito per nessun altro e pensato solo per Dio, qualcosa che rappresenta il massimo della perizia musicale in virtù della propria esperienza). Ergo, "cantate a Dio un canto nuovo" è da leggersi come "cantate a Dio con cuore rinnovato, come se ogni volta fosse la prima volta, ossia offrendo il meglio e dando il massimo". E' in quest'ottica che vediamo come il concetto di novità si ampii in maniera smisurata. D'improvviso vediamo come non sia la moda (la novità) che raggiunge il Bello, ma la voglia di mantenersi in eterna novità, in eterno primo incontro. E come ci comportiamo per un primo appuntamento, ossia curando tutto al meglio, così dobbiamo fare ogni volta. 
Ciò che è stato Bello sarà sempre Bello. E' per questo che l'autentica novità passa dalla conoscenza di quanto un tempo è stato novità (degna di attenzione), perché si riconosce che il Bello sempre c'è stato e ha preceduto la nostra misera opera. 
E dunque? in soldoni? In soldoni, vecchio e nuovo si incontrano nella misura in cui sono effettivamente pensati per il sacro. E quando entrambi raggiungono l'obbiettivo, non esiste più nuovo e vecchio, ma un unico insieme di Bello che si dipana nella storia. perciò non bisogna mai porre veti, ma sforzarsi di battere ogni strada per vedere se quella porta a Dio o no. Non bisogna chiudere la porta a prescindere (ah, dopo il Palestrina per me non esiste musica sacra, si può sentir dire), perché questo è un atteggiamento pauroso e timoroso, che rifiuta la novità, la stessa novità che il Signore mai ha condannato. E non bisogna aver paura a interrogarsi su quanto ci ha preceduto: sbarrare la strada al passato vuol dire non capire il presente e avere una versione distorta della realtà, una visione molto egocentrica (e vediamo così che chiudere le porte, in generale, è un atteggiamento pauroso).

lunedì 1 ottobre 2012

La posizione dell'organo (Parte 4a)

Ebbene, alla luce del percorso storico, direi che la posizione della CEI è giusta e sbagliata al contempo: 500 anni di storia non si cancellano se si è intelligenti e, quindi, tarpare le ali ad altre collocazioni da quella indicata è sciocco, non fosse altro per il noto (cioè noto ai lettori di questo lungo argomento) che bisogna regolarsi in base alle caratteristiche di ogni singola chiesa; tuttavia la posizione è giusta perché non ci si inventa nulla di sana piana ma si parla di una collocazione del coro nel DNA della liturgia latina.
Ebbene, da una CEI che aborrisce le balaustre, non posso aspettarmi uno sdoganamento dello jubé (per quanto ci sarebbe da lavorarci, perché l'idea non è malvagia se pensata in chiave moderna), ma posso attendermi un atteggiamento aperto: col rientro di diversi anglicani nella Chiesa Cattolica, il patrimonio culturale anglicano, volente o nolente, è entrato nella nostra Chiesa; per di più questo patrimonio non era nemmeno loro, ma nostro e conservato presso di loro! In buona sostanza, invece che vedere i cori a lato della navata o nascosti nel transetto, credo che sarebbe meglio porli nelle prime file, quasi a costituire un "coro" simile a quello di Santa Maria in Cosmedin privo dei parapetti. Allora sì che si evidenzierebbe la funzione del coro, un trait-d'union fra sacerdote e popolo, fra spazio sacro e navata. 
C'è solo un rischio: le spalle dei cantori date ai fedeli nella navata. Se proprio qualcuno ha gli attacchi di cuore a una simile vista, si potrebbe ruotare i cantori di 90° e farli disporre con la schiena alla parete (vedi filmato di Westminster postato nella parte terza del thread). 
A tutto ciò si aggiunga che rimane ancora valida l'edificazione di cantorie facilmente accessibili e prive di grate, da costruirsi dove il suono possa meglio propagarsi. Del resto, non è una cantoria a svilire il ruolo del cantore, ma gli insulsi canti che sono patrocinati da chi scrive i documenti-capestro riportati (e non faccio riferimento al Magistero).


Se tutto questo riguarda la schola, dove mettiamo l'organo? La risposta è stata già detta e ridetta: dove suona meglio. C'è un piccolo dettaglio: la CEI parla di preferire l'organo meccanico. Ebbene, a meno di non fare improbabili catenacciature del tipo di Sant'Alessandro a Bergamo, il corpo d'organo non può stare dove sta il coro se rischia di produrre un suono percepito poi in maniera disomogenea. Per quanto io stesso abbia suggerito già di preferire un organo meccanico a uno a trasmissione elettrica o digitale, tuttavia non me la sento di imporre dogmi che lasciano il tempo che trovano. L'organo è uno strumento, deve funzionare: il resto son chiacchiere. Visti i progressi della tecnica, non bisogna aver paura ad acquistare uno strumento a canne (e non un cesso digitale) a trasmissione non meccanica: l'organo, però, sia di una ditta affidabile e seria, perché uno strumento simile ha problemi potenzialmente più gravi del meccanico.

La posizione dell'organo (Parte 3a)

All'inizio di questa terza parte reputo necessario fare un riassunto delle "puntate precedenti" per illuminare quanto abbiamo percorso e quanto dobbiamo ancora percorrere.

-Partendo dalla lettura di Tannoia abbiamo riflettuto sulla giusta posizione dell'organo: siamo arrivati alla conclusione che ciò non si può stabilire a priori sulla carta ma si deve operare una scelta in base alle caratteristiche di ogni singolo caso.
-Abbiamo visto che il Magistero non dà indicazioni puntuali e la CEI, invece, sì; abbiamo avuto modo di vedere come le interpretazioni della CEI siano arbitrarie, manchino di senso pratico (perché si scontrano con quanto detto già per Tannoia) e siano una lettura opinabile dei documenti conciliari e magisteriali. 
-Ciononostante, è possibile leggere il diktat CEI come un recupero dell'originale posizione del coro; rimane però da specificare se si tratta di archeologismo e se siamo in grado di stabilire con certezza la storia della collocazione del coro.

Premetto che non mi è riuscito trovare un'opera specifica sull'argomento, per cui la ricostruzione che do è passibile d'errore e di correzione; di conseguenza, ciò che andrò a scrivere si colloca più sul campo della probabilità che dell'oggettività. Chiedo scusa sin da ora.
Per quel che ho potuto vedere, fin dall'inizio il coro s'è posto fra assemblea e presbiterio, nelle forme codificate dalla disposizione interna delle chiese bizantine, come possiamo vedere qui sotto:


Si veda il n. 14: lì infatti è il "coro" bizantino, ossia il luogo dove vengono intonati i canti dai consacrati (con gli ordini minori).
Successivamente siamo passati a una situazione in cui il coro, formato da consacrati, è stato distinto dal resto della navata: si veda l'esempio di Santa Maria in Cosmedin a Roma.



Dalle immagini (e se non vedete bene, vi invito a cercare su WikiCommons) si vede che il coro ora sta non più ai lati, ma al centro della navata, separato dal resto della navata da un recinto che però non ostruisce la vista come l'iconostasi o la pergula (quest'ultimo divisorio è quello più tipicamente occidentale, presente -come vedete- in Santa Maria in Cosmedin e nella Sistina, giusto per citare un esempio noto a tutti).
Successivamente, il coro è stato avvertito come spazio continuo con l'abside soprattutto perché sede dei consacrati: ecco che l'iconostasi/pergula non delimita più lo spazio del Santuario in senso stretto (utilizzo la terminologia bizantina) ma quello dei consacrati, pertanto si sposta e ingloba il coro al suo interno, separandolo definitivamente dalla navata; da questa pergula spostata nascerà lo jubé.



Bisogna specificare che ormai il termine "coro" risulta ambiguo: la schola cantorum, infatti, si collocava oramai sullo stesso jubé (che da semplice pergula divenne vera e propria cantoria, talvolta con dimensioni quasi da piattaforma, che poteva pure costituire un monumentale ambone), tanto che in spagnolo lo si chiama coro alto; e quello che ora si definisce "coro" è l'insieme dei sacerdoti, che nelle cattedrali o nelle chiese più importanti è il il cosiddetto coro dei canonici. 
Con il Concilio di Trento è rimasta sì la distinzione fisica -affidata a elementi architettonici- fra navata e presbiterio (notare che nel presbiterio, da questo momento in poi, rientra pure il coro) ma, in nome di una maggior visibilità dei riti, le pergule e gli jubé sono sostituite dalle balaustre (anche se sopravvivono eccezioni, e  una di queste è proprio nel cuore della cristianità, ossia nella Cappella Sistina). 
Chi, invece, ha mantenuto questo elemento -anzi, nell'800 è tornato a fiorire- è la Chiesa Anglicana, che lo chiama rood screen (inserisco il link perché la voce inglese di Wikipedia è interessante anche per quanto riguarda la genesi dell'elemento e il confronto con la situazione tridentina). Nelle celebrazioni che si tengono nelle chiese anglicane munite o di jubé o di rood screen il coro prende posto al di là di esso.




E nel mondo cattolico? Non ho conoscenza di un documento preciso che indichi dove debba collocarsi il coro, però possiamo ragionare partendo da una foto della chiesa-simbolo della Controriforma, la Chiesa del Gesù a Roma.

La foto fa riferimento all'organo di sinistra, ma la situazione è speculare a quella che si trova a destra. Notiamo che l'organo è sospeso su una cantoria fuori del presbiterio e che una piccola cantoria si trova aggettante sull'abside. Dalle informazione che posseggo, so per certo che la piccola cantoria era riservata ai coristi: sembra che questa disposizione sia nata nelle chiese che servivano i monasteri di clausura per far sì che le monache partecipassero alla liturgia e al canto senza esser viste. Le cantorie non sono nuove, del resto: nascono a seguito di un'esigenza molto umana, far sentire la voce a tutti; mancando i microfoni, l'unico sistema è portare in alto chi canta. Per lo stesso motivo venivano erette piattaforme lignee al pari delle cantorie quando si chiamava a cantare un discreto numero di cantori in occasioni delle solennità (so della fondatezza di questa opzione almeno per l'Annunziata di Firenze).
Ciononostante, la schola si collocherà ovunque, senza una regola fissa ed è così che la ritroviamo fino ai documenti della CEI.

Poiché il post è ricco di immagine e abbastanza "carico" rimando le conclusioni finali ad un quarto (e spero ultimo) post.

domenica 30 settembre 2012

La posizione dell'organo (Parte 2a)


In questa seconda parte intendo passare in rassegna le critiche che avanzo alle direttive date dalla CEI. L'atteggiamento non vuol esser distruttivo, ma vuole far notare che le norme richiedono una revisione per far sì che si renda un giusto servigio alla Chiesa.

Partiamo con quanto dice ACRL:

21. Il posto del coro e dell'organo

Il coro è parte integrante dell'assemblea e deve essere collocato nell'aula, tra il presbiterio e l'assemblea; in ogni caso la posizione del coro deve essere tale da consentire ai suoi membri di partecipare alle azioni liturgiche e di guidare il canto dell'assemblea1. È bene prevedere anche un luogo specifico per l'animatore del canto dell'assemblea.

Per un miglior rispetto dei ruoli celebrativi, è bene che il coro non si collochi alle spalle del celebrante presidente, né sui gradini dell'altare antico.

Nelle chiese in cui esiste una "cantoria" di interesse storico e artistico, collocata in controfacciata o sul lati del presbiterio, essa va conservata e restaurata con la massima cura, anche se di norma non risulta idonea al servizio del coro.

Gli organi monumentali di interesse storico, specialmente quelli a trasmissione meccanica, vanno conservati, restaurati con ogni cura e utilizzati con competenza a servizio delle celebrazioni liturgiche.

Il problema...(vedi sopra).

Laddove risulti utile, si può ricorrere a un secondo organo... (vedi sopra).
Nella scelta di nuovi organi a canne, laddove è possibile, si preferiscano gli strumenti a trasmissione meccanica. Anche in questo caso, il criterio determinante per la collocazione è quello del servizio al canto liturgico dell'assemblea e del coro.


Aggiungo, per completezza altri due passaggi fondamentali, il primo proveniente da Musicam sacram e il secondo da OGMR.

22. La «schola cantorum», secondo le legittime consuetudini dei vari paesi e le diverse situazioni concrete, può esser composta sia di uomini e ragazzi, sia di soli uomini o di soli ragazzi, sia di uomini e donne, ed anche, dove il caso veramente lo richieda, di sole donne.
23. La «schola cantorum», tenendo conto della disposizione di ogni chiesa, sia collocata in modo che:
a)    chiaramente appaia la sua natura: che essa cioè fa parte dell’assemblea dei fedeli e svolge un suo particolare ufficio;
b) sia facilitata l’esecuzione del suo ministero liturgico[20];
c) sia assicurata a ciascuno dei suoi membri la comodità di partecipare alla Messa nel modo più pieno, cioè attraverso la partecipazione sacramentale.
Quando poi la «schola cantorum» comprenda anche donne, sia posta fuori del presbiterio.




312. La schola cantorum, tenuto conto della disposizione di ogni chiesa, sia collocata in modo da mettere chiaramente in risalto la sua natura: che essa cioè è parte della comunità dei fedeli e svolge un suo particolare ufficio; sia agevolato perciò il compimento del suo ministero liturgico e sia facilitata a ciascuno dei membri della schola la partecipazione sacramentale piena alla Messa.

Anzitutto partiamo col dire che non possiamo parlare di organo senza far riferimento alla schola cantorum poiché è l'organo che deve fare da appoggio ad essa e all'assemblea.  Dunque, per parlare della posizione dell'organo bisogna anzitutto trattare della posizione del coro. 
Anzitutto, possiamo escludere che il presbiterio accolga coro e organo: lo dice in nuce (cioè non esprimendosi troppo, dando per scontato molto) OGMR, lo afferma in parte MS (in parte perché si deduce che quando la schola è interamente maschile il presbiterio è accessibile), lo proclama ACRL.
Ebbene, perché non adeguarsi a quanto dice proprio l'ultimo documento e accettare che il coro è parte integrante dell'assemblea e deve essere collocato nell'aula, tra il presbiterio e l'assemblea; in ogni caso la posizione del coro deve essere tale da consentire ai suoi membri di partecipare alle azioni liturgiche e di guidare il canto dell'assemblea? Perché i documenti precedenti non dicono niente di tutto ciò. E se la CEI medesima, nelle persone dei suoi vescovi, compiono adeguamenti liturgici  in palese contrasto con quanto è scritto nel presente documento (se andate sul forum Cattoliciromani.it potrete vederlo coi vostri occhi), non vedo perché io dovrei piegare il collo e accettare bovinamente un giogo di profonda sciocchezza. Il testo della CEI presenta una notevole forzatura rispetto a quanto detto dagli altri più autorevoli documenti e ne fa una lettura superficiale. 
Se ci basiamo su OMGR e MS pensiamo che i Padri sì pensavano a una disposizione come quella ora data obbligatoria dalla CEI ma, al contempo, aprivano la porta a ad altri interventi come:
-rimozione delle grate dalle cantorie (peraltro rese obbligatorie in tempi non troppo oscuri);
-realizzazione di cantorie facilmente accessibili o esecuzione di interventi di stessa portata su quelle presenti.

Né OGMR né MS stabiliscono divieti, proprio perché dipende dalle situazioni e una soluzione non è migliore di un'altra a priori. Se prendiamo il caso delle cantorie, è ovvio che il modello non dovrà essere quello delle minuscole chiese di paese. Si realizzino cantorie larghe e spaziose, su cui chi canta sia ben visibile da parte dei fedeli, solo laddove c'è il posto, altrimenti c'è il rischio di mettere tutto davanti all'assemblea e i creare un "cuscinetto" umano senza motivo. Debbo ricordare d'aver visto che una larga cantoria di controfacciata si trova anche nelle chiese cattoliche di recente costruzione di area germanica. Ciò non fa altro che confermare le mie riserve sull'operato delle Conferenze Episcopali.
Volendo tirare una prima conclusione, si potrebbe dire che il Magistero ha detto che il coro deve mostrarsi come parte dell'assemblea e, quindi, poter partecipare agevolmente alla liturgia. Non ha dato -a ben vedere- soluzioni pratiche proprio per lo stesso motivo espresso nella prima parte di questo post, perché ogni chiesa è un mondo a parte.
La CEI invece pone un diktat, che possiamo leggere in "La progettazione di nuove chiese-nota pastorale":

15. Il posto del coro e dell'organo


Il coro fa parte dell'assemblea e deve essere collocato nell'aula dei fedeli; deve comunque trovarsi in posizione e con arredo tali da permettere ai suoi membri l'adempimento del compito proprio, la partecipazione alle azioni liturgiche e la guida del canto dell'assemblea. 
 Per ragioni foniche e funzionali, la collocazione dell'organo a canne sia studiata e progettata attentamente fin dall'inizio, tenendo conto del suo naturale collegamento con il coro e con l'assemblea.

Fatta la legge, trovato l'inganno: la cantoria è nell'aula. Sfido io a dire il contrario. Non si dice: "deve esser collocato nell'aula, tra i fedeli", ma: "deve esser collocato nell'aula dei fedeli." Quindi, se un valente architetto progetta una bella e accessibile cantoria, bisognerebbe costruirla.
Ciononostante, la CEI sembra suggerire un recupero dell'originale posizione del coro, ossia collocato nella navata proprio dinanzi al presbiterio.
Tuttavia, dovendo tracciare la storia della posizione del coro (perché -ricordiamolo- là dove c'è il coro si trova l'organo), ritengo necessario spostare tutto in una terza parte.

sabato 29 settembre 2012

La posizione dell'organo (Parte 1a)

Traggo le riflessioni che oggi espongo dalla lettura di Gian Vito Tannoia, L'organista liturgico, Stilo Editrice, Modugno 2006.
A pagina 42, alla sezione 3.3 (la posizione dell'organo, appunto), possiamo leggere quanto segue:

"313. L’organo e gli altri strumenti musicali legittimamente ammessi siano collocati in luogo adatto, in modo da poter essere di appoggio sia alla schola sia al popolo che canta e, se vengono suonati da soli, possano essere facilmente ascoltati da tutti (OGMR n. 313).

Il suono viene percepito in maniera non uniforme quando le canne dell'organo sono situate sul portone d'ingresso, più o meno lontane dal presbiterio o comunque dal luogo dove si trovano animatori e corale. La migliore intesa, anche visiva, si ottiene -ovviamente- quando il corpo d'organo è nei pressi della schola e magari dell'assemblea.
Domanda: come adattare la forma e la posizione dell'organo in rapporto al nuovo modo di concepire gli edifici del culto alla luce delle esigenze della liturgia rinnovata? La nota pastorale della Commissione episcopale per la liturgia della CEI* offre spunti preziosi per la tutela degli strumenti, soprattutto quelli storici, troppo facilmente adattati e mutilati irreparabilmente in modo maldestro e superficiale:

Il problema della distanza dell'organista dal coro e dal direttore può essere risolto facendo ricorso ad opportuni accorgimenti tecnici, quali ad esempio un sistema di specchi, una telecamera a circuito chiuso, ecc. (ACRL n. 21).

E' anche possibile, quando necessario, ricorrere:

a un secondo organo di minori dimensioni, collocato in posizione utile al coro e all'assemblea, non in sostituzione ma ad integrazione dell'organo monumentale (ACRL n. 21).


*CEI, L'adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica, Edizioni Paoline, Roma 1996"

Anzitutto è necessaria una premessa: la mia riflessione intende muoversi su due direttrici: la critica al Tannoia e quella al documento della CEI.

Parte I: critica al M° Tannoia.

Nella parte sopra riportata, le considerazioni del musicista pugliese non mi trovano affatto d'accordo perché non le ritengo veritiere in linea generale. Non è possibile fare un discorso generico perché ogni situazione è particolare e merita una riflessione specifica: tutto, infatti, dipende dalla grandezza e dalla ripartizione interna di ogni singola chiesa. La nostra età, infatti, non vede un unico stile architettonico di chiesa, per cui risulta impossibile a priori dove stia meglio l'organo, poiché varia il numero delle navate, l'altezza del soffitto,  la forma della chiesa e del presbiterio. Insomma, ogni chiesa è un caso specifico. Possiamo solo dire che la migliore posizione dell'organo è quella dove lo strumento rende meglio e può esser suonato come indicato nelle direttive.
Ne consegue che il parere del M° Tannoia è valido solo se parliamo di una chiesa medio grande, col presbiterio assai distanziato dall'organo; in questa situazione, però, non si hanno problemi quando la chiesa risulta piena dal momento che non si creano squilibri (spazi vuoti e spazi pieni) all'interno della navata.
Volendo essere onesti, se vogliamo parlare di dove bisogna posizionare l'organo, bisogna solo dare indicazioni e mai divieti, ossia non possiamo stabilire a priori il luogo migliore ma demandare ai parroci e ai tecnici la scelta del luogo migliore per ogni singola chiesa; possiamo solo dare queste indicazioni:
-il suono dell'organo deve esser percepito in modo uniforme anche nelle messe con pochi fedeli;
-intorno alla consolle deve esserci spazio sufficiente perché prenda posto una schola cantorum.

Fatte queste precisazioni, possiamo vedere che non esiste una posizione migliore ma una soluzione migliore: per esempio, in una chiesa grande l'organo sarà preferibilmente posto nella navata, o in cornu Epistolae o in cornu Evangelii, in posizione avanzata; in una chiesa piccola, invece, può andare più che bene la controfacciata. 
Inoltre, come fa giustamente notare Tannoia, si può pensare alla costruzione di un secondo organo per i casi proprio più disperati oppure per evitare di costruire strumenti giganteschi che stridono con l'ambiente: meglio costruire due corpi d'organo (possibilmente muniti ciascuno di una propria consolle) da usarsi a seconda del numero dei fedeli a Messa.

Concludo la prima parte criticando anche la decisione di collocare il corpo d'organo presso l'assemblea e il coro. Se sommiamo tutte le direttive e facciamo il conto di quanto deve stare presso l'assemblea noteremo che non avremo più una navata con un popolo di fedeli ma un mercato del bestiame. Sembra che sia percepita solo la dimensione orizzontale, con la completa perdita di quella verticale, cosa che è una sciocchezza, prima che liturgica, architettonica: bisogna usare tutti gli spazi e le dimensioni, non bisogna sprecare nulla. Inoltre, è vero che troppe volte strumenti storici sono stati mutilati, ma bisogna pur fare una distinzione fra strumenti di prestigio e no e non bisogna chiudere il discorso: invece di intervento sulla fonica dello strumento, perché non parliamo di integrazione di nuovi corpi fonici con gli strumenti storici? Il discorso deve rimanere aperto e non morire per colpa di qualche sciocca teoria artistica.
Inoltre, non si capisce perché il corpo d'organo debba esser vicino all'organista dal momento che la trasmissione elettrica permette di distanziarlo. Mi correggo: si capisce benissimo poiché, se si va a guardare ACRL, si noterà che è da preferirsi l'organo a trasmissione meccanica. Insomma, dal momento che queste ultime direttive non sono farina di Tannoia ma della CEI, conviene affrontare il discorso in maniera separata, per meglio approfondire una questione così delicata.


mercoledì 12 settembre 2012

Catechesi musicale (I)

Dopo attenta riflessione, mi son deciso a cominciare una serie di post intitolata "Catechesi musicale", dove tenterò di spiegare quel che dice la Chiesa e quel che pensa il sottoscritto circa la musica all'interno della liturgia. Perché "catechesi" e non un altro titolo? Perché, malgrado abbia intenzione di inserire alcune mie personali idee, mi sono accorto che spesso le persone si fanno un'idea della musica sacra basata su pareri personali, talvolta risibili, e sulla mancanza di preparazione culturale (musicale, storica, religiosa) e dunque bisogna ripartire dalle basi, da un linguaggio veramente catechetico. Poiché mi sta a cuore (I care) fare chiarezza sulla materia e credo di avere competenze sufficienti da condividere, ho avvertito la stringente necessità di parlare, di comunicare, di aiutare gli altri a conoscere aspetti che sfuggono al grande pubblico; al contempo, c'è la necessità di non esprimersi come avvocati, ossia citando in continuazione documenti, articoli etc. (con buona pace della mia formazione accademica), dacché spesso un tale atteggiamento dai più è percepito come o manifestazione di spocchia o argomentazione noiosa e fumosa oppure come discorso malevolo, che costruisce una muraglia invalicabile di codicilli e latinorum per fregare gli altri: è tempo, pertanto, di usare un linguaggio "da omelia", cioè chiaro, semplice ma non insulso, di modo che tutti possano comprendere ciò che si dice in maniera chiara e limpida. Sta poi all'individuo liberamente scegliere che pensare.

Lutero era solito dire: "Non bisogna lasciare la bella musica al diavolo." Così egli esponeva la ragione per cui nella Chiesa Riformata trovava accoglimento la musica profana; a tutt'oggi, fra i riformati la frase è citata a fondamento delle loro scelte musicali.
L'eretico tedesco ha ragione nel non voler lasciare la bella musica al diavolo, tuttavia non dice quale sia la bella musica: è qui che crolla tutta la costruzione. Quante volte, infatti, abbiamo provato disgusto per una melodia che all'inizio ci pareva bella ma poi ci viene resa odiosa dall'ascoltarla più e più volte? Da dove nasce allora questa sorta di illusione? Perché ci pare che un certo pezzo sia bello per poi riscoprirlo, tempo dopo, orrendo o ridicolo? Tutto ciò avviene perché quella che ci si para davanti è sì bellezza, ma è effimera: dura poco, è fragile, deperisce presto.
Se, pertanto, come ricordano i liturgisti, la Messa è la proclamazione di lode del Signore da parte dell'assemblea dei fedeli riuniti del Suo nome e se questa "attua" la lode donando quanto ha di meglio (esattamente come quando viene a trovarci un caro amico o parente, noi lo riveriamo con quanto di meglio abbiamo), allora come possiamo fare un dono che deperisce subito?come possiamo proclamare una lode effimera, che nemmeno fa in tempo a raggiungere le orecchie del Padre ch'essa è già con le ali spezzate?
A meno di non considerare il Signore come un padre che deve subire l'egoismo dei figli e le loro scelte autoreferenziali, senza esser minimamente considerato per quel che è ma sempre e solo in funzione dei figli stessi, è evidente che così non può andare: a dircelo non è tanto la ragione, quanto il cuore.
Come fare, quindi, a distinguere la musica profana da quella sacra?  Anzitutto dobbiamo partire dall'etimologia perché solo il significato autentico delle parole e la loro genesi possono chiarire quello che ormai può risultare un termine logoro, dal valore fumoso, come in questo caso la parola "profano". Etimologicamente parlando, "profano" vuol dire "[che sta] davanti al tempio": di conseguenza, la musica profana è quella che, pur essendo noi fisicamente nel tempio del Signore, spinge la nostra mente e il nostro cuore al di fuori di esso; di contro, "sacro" è ciò che tiene avvinti alla divinità. Se, allora, ne traiamo le estreme conseguenze, la lode al Padre viene inficiata, annullata, nel momento in cui mente e cuore, anziché esser rivolti a Lui, sono rivolti a qualcosa che sta fuori del tempio, ossia a qualcosa di profano.
Sorge, logicamente, una domanda: come deve esser scritta la musica sacra? Certamente non seguendo gli stili profani, e i motivi del "divieto" ormai li conosciamo bene. Però ci viene mossa sovente la madre delle obiezioni: questo tipo di musica è brutto, bisogna fare qualcosa che piaccia alla gente. Anzitutto dobbiamo chiarire che l'antico adagio "non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace" si conferma veritiero. Non potrà mai esistere, se non per casi eccezionali -e sappiamo che l'eccezione conferma la regola-, unanimità di consensi per le forme artistiche e la musica, che ne è una manifestazione, non esula da tutto ciò. Essendo, quindi, il bello/brutto e il piacere/dispiacere concetti soggettivi, ne consegue che fondare, per esempio, un repertorio parrocchiale solo su questi cardini è totalmente sbagliato; bisogna però aggiungere che siamo uomini e quindi siamo portati a semplificare la percezione del mondo che ci circonda e a porci sempre in primo piano, non mettendoci nei panni altrui, per cui il bello e il piacere ci seducono sempre. 
A dire il vero questo dovrebbe essere un problema che coinvolge gli specialisti, ossia chi compone musica; chi si limita a suonare/cantare a Messa, magari privo di formazione sia musicale sia liturgica, dovrebbe seguire le norme e affidarsi ai canzonieri approvati dalle autorità ecclesiastiche. Purtroppo, però, vediamo o figure "non professionali" che ardiscono a giudicare forme e stili musicali, senza spesso conoscerle bene e fanno cantare all'assemblea cose assolutamente profane "perché piacciono" (sì, a loro) e di stampo giovanilistico (sulla cui musicalità "giovane" ci sarebbe molto da dire) o persone con una certa cultura che, per difesa e reazione, si arroccano su pozioni uguali e contrarie, ossia sulla scelta di due/tre autori, il cui unico pregio è l'esser morti. Come può esserci, allora, unione nel popolo dei fedeli se coloro che dovrebbero dare l'esempio si fanno la guerra? Come possono aver qualcosa da insegnare le persone di cultura se esse compiono i medesimi errori di quelli non acculturati?
Anzitutto, la divisione non va mai bene, ma bisogna valutare caso per caso; è, però, pure vero che lo scontro  ha una sua ragion d'essere solo quando giuste sono le sue fondamenta, ossia l'applicazione di tutte quelle norme che regolano la presenza del canto nella liturgia e parlano di musica sacra. Se, da un lato, il dialogo deve esser sempre perseguito -e, con chi ragiona "di pancia", per meglio raggiunger l'obbiettivo di solito conviene non citare leggi e leggine, ma esporre il motivo a base delle leggi- è comunque fuor di dubbio che bisogna arrivare a un risultato, sennò quello che chiamiamo dialogo è in verità un prendersi in giro. Solo se la persona con cui si dialoga si dimostra intransigente, allora uno scontro potrebbe apparire giustificabile, ma che guadagneremmo? L'unica arma è la perseveranza oppure, se proprio siamo esasperati, andare via ma senza far rumore.
Fermiamoci brevemente su quest'ultima frase: andare via ma senza far rumore. Quante persone non vediamo più nella nostra parrocchia perché, a causa di dissidi, se ne sono andate? Quante se ne vanno sentendosi escluse poiché tutto viene scelto a piacimento di pochi? Come evitare di sbagliare anche noi? La Chiesa s'è rivelata assai saggia: parlando di musica sacra ha tagliato la testa al toro, ossia ha detto che in chiesa, per evitare le divisioni causate dai diversi gusti, si faccia solo un tipo di musica, che sia oggettivamente diversa da quella "mondana", e che come tale sia percepita. E' in questa diversità che spinge l'uomo a concentrarsi tutto su Dio che risiede l'autentica bellezza: solo quando tempo e spazio sembrano annullarsi poiché sostituiti dalla dimensione della lode al Padre (e non vogliamo far altro che stare tutti insieme lì a cantare, pieni di Spirito), allora siamo dinanzi a vera musica sacra, a vera musica bella Solo ricorrendo alla musica sacra, infatti, l'assemblea percepisce che in chiesa non c'è posto per i soggettivismi imperanti di alcuni, ma siamo tutti uniti; ovviamente poi la musica sacra non è tutta uguale, omogenea, dal momento che pure essa risente di stili e mode, ma queste -in tutta franchezza- son finezze che potranno esser acquisite col tempo e su cui, ora come ora, non vale la pena dilungarci.
In conclusione, chi ha compiti che hanno che vedere con la musica nella liturgia, deve anzitutto far uso di tre doti: umiltà, fiducia, pazienza. Umiltà verso chi, pur essendo di diverso parere, spende tempo per la chiesa (magari da più tempo) e verso chi prova a dare mano, malgrado i risultati; fiducia verso il Magistero e i repertori approvati dai vescovi (anche se non sono il massimo sono un buon inizio) poiché ambedue i termini non sono malevoli ma parlano per il bene dei fedeli; pazienza verso chi mette i bastoni fra le ruote e si oppone fortemente a quest'opera di restaurazione liturgica.


giovedì 5 luglio 2012

Pronti. Via! (ovvero come cominciare a suonare a Messa)



Complice un esame di letteratura latina che proprio non mi riesce preparare (luglio non è un mese proverbialmente adatto allo studio) ho deciso di condividere coi miei 4/5 aficionados una riflessione post-prandiale di poco peso.
Il povero organista che capita in una parrocchia dove sull'altare a destra c'è il Messale e sulla sinistra il Capitale come può fare a convincere il compagno-presidente del soviet (alias parroco) a impiegare l'organo nella liturgia?
Anzitutto si scordi di parlare di gregoriano, polifonia e organo principe della musica sacra, magari citando i documenti conciliari: l'attenderebbero o un posto al cimitero o l'eterna sfiducia del compagno-presbitero.
Se il nostro povero amico organista volenteroso vuole prestare servizio, anzitutto, da bravo guerriero vietcong (sì, per sconfiggere un comunista ci vuole un comunista) osservi il territorio e i suoi abitatori con fare circospetto, senza dare nell'occhio. 
Nel 99% dei casi si troverà in un Santa Messa che di santo ha poco, ma sembra molto dis-messa. Canti insulsi a ogni piè sospinto, abusi fatti a cuor leggero e clima da centro commerciale. Per esempio, sicuramente, vedrà e sentirà cantare "alla pace", ma non durante l'Agnus Dei.
O uno si mette le mani nei capelli fugge di chiesa urlando o resiste. Il Nostro è un sano vietcong, per cui resta a combattere la dura battaglia.
Dov'è il punto debole della Grande Muraglia Progressista? Il canto del salmo. 
Tutti, e dico tutti, anche fra i peggiori teorici del progressismo programmatico, sono concordi nel sottolineare come anzitutto il salmo trovi il suo compimento nell'esecuzione cantata: se non  è possibile cantarlo tutto, è raccomandato almeno il canto del responsorio.
 Quasi tutti usano il foglietto "La Domenica", su cui vi sono riportate note e accordi, pure per la chitarra, del responsorio. Eppure non si sente mai una nota. La domanda allora sorge spontanea: perché, allora, di solito non vien suonato? Perché gli strimpellatori di turno non sanno minimamente come fa la melodia in quanto non sono in grado di legger le note, e quindi per fare quel piccolo responsorio che un organista esegue anche a prima vista lo strimpellatore dovrebbe impiegare molto tempo (rintracciare la melodia, magari su web, impararla, fare l'accompagnamento, e rimparare la melodia ché tanto stona). E se pure una simile fatica si fa per Pasqua e Natale, per le altre domeniche il gentil musico fa il gesto dell'ombrello al parroco e al salmo cantato.
Ecco allora che si apre un varco per il nostro organista guerriero: offrirsi per eseguire almeno il salmo. Non si abbia l'ardire di proporre di suonarlo tutto; no, si parta solo col responsorio. Si abbia cura di usare registri morbidi, delicati, di modo da non coprire il popolo che ripete il responsorio (altrimenti il prete rompe, dice che l'organo fa casino e mette fine a tutto).
Ok, non è il massimo della vita suonare 5 secondi e basta, ma tra 0 e 5 di questi benedetti secondi passa la differenza fra il deserto e l'oasi. Il prete poi vi chiederà di fare tutto il salmo. E poi, magari, chi suona (se non è  un cretino pieno di pregiudizi) si avvicinerà e vi chiederà di fare qualcosa, magari di fare il canto finale (tanto non lo canta nessuno...) e così via.
Quello che importa è la presenza, farsi vedere: finché ci sarà un organo che suona ci sarà la possibilità che niente vada perduto. Magari a qualcuno, infatti, l'organo potrebbe piacere e andare dal parroco a chiedere che venga usato di più, magari dal parroco si presenta più di uno di questi sig. Qualcuno. Magari, magari, magari...sì, forse sono troppi, ma bisogna esser positivi: seminiamo per raccogliere. E la nostra semenza è buona.

P.S. Tra non molto tempo affronterò una questione anticipata tempo addietro già qui, su questo blog. Anticipazione: il corale, ecumensimo e pragmatismo d'arte per la Messa.