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martedì 15 ottobre 2013

Senti, senti la perpetua...

Un caro saluto a tutti i lettori. 
Torno a scrivere dopo un periodo caratterizzato da una deduzione allo studio non musicale quasi...da carcerato; torno, però, lieto. Ecco il perché.
Pochi giorni fa mi sono recato in una chiesa della mia zona, quasi per caso. Volevo studiare all'organo della mia parrocchia ma, giunto al luogo, trovo che si celebrava un funerale. Dispiaciuto per la sorte del defunto ma al contempo scocciato perché il suo funerale costituiva un contrattempo per quel che mi riguardava (sono di carne pure io, abbiate pietà), torno in macchina e decido di fare una giratina. Dopo un po' mi viene in mente che potrei andare a provare l'organo di una chiesa che conosco (organo che avevo sentito suonare in maniera pessima) e che mi era descritta "inaccessibile". Per farla breve, vado lì e nel giro di qualche minuto sono alla consolle, col permesso del parroco.
Pochi minuti dopo mi vedo spuntare da dietro la donnina cui avevo chiesto dove fosse il parroco ché avrei voluto chiedergli di poter suonare all'organo; la signora, a dire il vero, non troppo anziana, prima se ne sta un po' in silenzio e poi comincia a dirmi quello che sembrava uno sfogo da tempo covato. 
Si scagliava contro quelli che lì suonavano con le chitarre elettriche, i bonghi e altri perché "fanno chiasso, urlano e strepitano, tanto che gli [a loro] ho chiesto se ci posso pure portare la mi' gatta quando urla a squarciagola", soprattutto perché "suonano quello che garba a loro, ma in chiesa si deve suonare per elevare le anime e non per far baccano". 
Beh, anzitutto mi fa piacere che la critica sia motivata. Spesso, infatti, chi ha ragione purtroppo passa dalla parte del torto quando o non argomenta o fornisce argomenti che sono forti solo da un punto di vista soggettivo. 
In secondo luogo sono rimasto piacevolmente colpito dal nocciolo duro della critica della signora: "fanno musica che piace a loro". A conferma di questo punto mi diceva che molti, specie fra gli anziani, se sentivano completamente fuori luogo rispetto a quel contesto liturgico. Visto che il dialogo è vero e ciò che ne è sorto è frutto della spontaneità e non dell'artificiosità (nessuno si è messo d'accordo con nessuno su cosa dire e come farlo), visto il contesto di assoluta franchezza (spesso manca la sana parrhesia evangelica nelle nostre parrocchie), queste parole hanno confermato quanto detto da me più volte: non ha senso dividere l'assemblea a seguito dei desideri di una categoria sociale, anzi è dannoso. Non so quanto i parroci sappiano ciò e vogliano saperlo (meglio un vecchio brontolone o un giovane scontento? nell'indecisione si sceglie di sacrificare i pochi anni rimanenti del primo per scommettere tutto sul secondo), tuttavia ciò dimostra il fallimento di certa pastorale, quella sì che è una vecchia da abbandonare in un cantuccio del focolare alle nostalgie dei suo anni verdi.
In buona sostanza, quelle parole di una normale signore di una normale parrocchia a me sono sembrate le più profetiche che possano esserci. La signora, infatti, mi ha anche detto che la "loro musica" riusciva ai più estranea perché...estranea a tutti gli effetti. E come darle torto? L'andazzo musicale delle liturgie più giovanilistiche cambia sempre con le mode, tanto che una generazione non si riconosce più in un'altra: e così i canti degli anni '70 e '80 sono bollati già come "vecchi", quelli degli anni '90 invece sono "sempre i soliti"...ovviamente poi ogni generazione si barrica nell'insicurezza del luogo comune ("quando io ero ragazzino, tutti cantavano e la musica era bella, mica questo troiaio). Non sto facendo riferimento a uno scontro generazionale fra sessantenni e ventenni, ma a un'effettiva inconciliabile visione che abbraccia ogni generazione, a partire dal "basso" sino agli attuali quarantenni. E non parlo nemmeno per sentito dire, ma perché più volte mi sono trovato inserito in queste discussioni.
E, infine, bisogna aggiungere il caso dei giovani-vecchi: giovani che si avviano all'età adulta che pretendono di dire quali siano i gusti della gioventù, quando non si rendono conto che la gioventù non sono più loro e questa è sempre più lontana dalla capacità media di comprensione (le nuove generazioni sono -volente o nolente- qualcosa di ignoto, completamente sconosciuto all'esperienza che tutti noi abbiamo avuto, soprattutto a casa dell'impatto delle nuove tecnologie su di esse fin dalla nascita). 
In conclusione, l'episodio della "perpetua" mia ha spinto ad approfondire la ricerca di un autentico canto popolare che possa inserirsi nella liturgia: già da tempo sto indagando su questo settore e, quando potrò, fornirò un'attenta disamina della situazione. Tutto questo perché? Perché, Signori, volente o nolente, c'è stata una riforma liturgica e, se non siamo noi organisti/maestri di cappella e altri (tutti amanti della vera tradizione, sia quella liturgica sia quella culturale) a proporre un modello positivo, sarà qualcun altro (di solito a noi ostile) a svolgere questo compito e a questo punto lamentarsi non servirà a nulla. Ritirarsi sull'Aventino è sciocco perché è inutile.

Un saluto e a presto!

mercoledì 24 aprile 2013

Con Pietro e non con Giuda: lascio per rimanere (e varie riflessioni in merito)



Cari lettori,vi saluto con affetto nell'occasione di tornare a scrivere su questo mio blog. Questo post nasce dall'intervento  di un lettore del blog (che si firma AY) all'ultimo post da me pubblicato, quello che vi rendeva noto della mia rinuncia a organista della mia parrocchia. Ebbene, AY è intervenuto con un commenti in cui ritrovo molto di me, per cui ho ritenuto giusto "appropriarmene". Per facilitare la lettura al testo pubblicherò l'intervento in corsivo, così da distinguerlo al meglio dal mio commento. Buona lettura!

Ciao, mi dispiace molto che tu sia stato portato a questa decisione. Non credo che sia però un limite delle parrocchie, quanto in generale un impoverimento della sensibilità della gente, che si abitua ad ascoltare musica commerciale e fa sempre più fatica a discernere sfumature più delicate. 


Sì, hai pienamente ragione per due motivi:
1) Il problema della musica sacra è anzitutto un problema d'ordine culturale, non solo a livello di cultura musicale tout-court, ma anche proprio per quel che riguarda il livello medio di cultura. Il nostro sistema educativo non riesce a diffondere semi di Bello, non riesce a dare gli strumenti per potersi orientare in maniera seria, riesce solo a dare nozioni. Ovviamente, se ci fermiamo al livello nozionistico, senza far ragionare sul perché (anzi sul Perché), la cultura sarà solo una dispensa composta da quello che più piace a prima vista, un luogo isolato, privato, intimo e fondato sul "mi piace perché mi piace", un luogo di estrema superficialità. Perché? perché mancando -scusate il bisticcio- il "Perché" la cultura perde la ragion d'essere, la ricerca, per cui diventa nozionismo. Una sorta di Ipod umano. E tutti sappiamo che non esiste playlist di Ipod che sia oggettivamente bella e perfetta in sé ma dipende solo dalle scelte di ciascuno.
2) Non tutte le parrocchie sono uguali. Infatti si va da estremo ad estremo, da "gregorianisti" puri ai peggiori rockettari...C'è anche chi fa per bene, ma spesso dipende dal buon gusto di chi si occupa della parte musicale, tuttavia tutto gli sforzi fatti nel tempo rischiano di vanificarsi alla prima occasione poiché -se manca il messaggio che ogni scelta è ponderata e fatta in base a precisi criteri liturgico-pastorali (altrimenti detto: se manca una chiara visione catechetica) ma è condotta dal gusto di chi dirige- passa il messaggio che "è questione di gusti" anche la musica sacra. Ma non in senso alto (scegliamo Palestrina o Lauridsen per la Messa di Natale?), in senso terra-terra (facciamo il canto ritmato che mi piace tanto oppure quello che sanno i vecchi?).


Premetto che non sono in Italia ma in in paese nord-europeo. Ho preso parte ad alcune celebrazioni della S. Messa che assomigliavano terribilmente ad un karaoke. Era difficilissimo concentrarsi sulla sacralità dell'evento. Però devo dire che ho notato un clima molto distratto anche in molte altre persone e che quindi non a caso certi tipi di musica vengono dichiarati "inadatti" alla liturgia (ovvero non si tratta di isolare ed eliminare al più presto i pochi "conservatori" che preferiscono certi generi nella liturgia, bensì di capire l'effetto naturale che la musica ha sulla psiche umana - effetto di aiuto o di ostacolo alla contemplazione). C'era un'aria da rinfresco di matrimonio, con gente che accennava a balletti, altri che guardavano il proprio smartphone. Dal punto di vista numerico era un successo. Età media 26 anni, forse. Ma cosa resta dentro il cuore? 


Io non ci sono dentro i cuori e nemmeno voglio starci. Provo, però, a fare un discorso che non guardi alla fede altrui, ma alla persona, alla sua dignità di cristiano. Constato che c'è un perché alle parole vergate nei documenti di Magistero, sarà da cristiani adulti riflettere su questi o fare discorsi di blando estetismo? Il difetto di chi riesce a scorgere la strada giusta è quella di imporre la verità a costo della Verità: per evitare un abuso si rischia di mandare a quel paese diversa gente, facendo sì che non solo non mettiamo in pratica il Vangelo ma facciamo apparire odioso quanto diciamo (proprietà transitiva: l'odio che attiriamo su di noi passa alle cose che facciamo e in cui crediamo; bisognerebbe riflettere di più su questa legge matematica e psicologica per tracciare meglio la strada e puntare tutto sull'amore!). Non possiamo sapere che cosa sia la fede altrui (certo, dalle messe concerto -di qualsiasi genere musicale sia il concerto- non mi aspetto di vedere nutrita a piene mani la fede...), si tratta di impegnarsi costantemente in una massima: "Ama il fratello ma non abbandonare la Verità". Bisogna far capire, parlare, dialogare, catechizzare e mettere da parte qualsiasi atteggiamento di superiorità. Bisogna saper venire incontro alle persone, non alle idee, perché  se le idee possono esser sbagliate e destinate a rimanere tali, le persone non sono mai "sbagliate" e immuni dal cambiamento. Bisogna far aprire gli occhi.

Occorre riportare l'attenzione sul senso della musica in una celebrazione liturgica. Attualmente la musica nella quotidianità serve da sottofondo e intrattenimento. Non viene neppure "ascoltata". E' un riempitivo passeggero che genera qualche emozione. Diverso è il senso della musica in generale e della musica sacra in particolare. Dovremmo prima di tutto riappropriarci del valore dell'ascolto e del silenzio. La musica che aiuta un clima di pace e contemplazione è la più adatta a portarci a questo "silenzio". La S.Messa non è una "festa" ma un sacramento che richiede un atteggiamento contemplativo. Si fa molta confusione su questo perché è stato posto molto accento sulla necessità di essere gioiosi e quindi si ritiene che la S. Messa debba essere una specie di festicciola tra amici. Ma se crediamo veramente sappiamo che nella Messa riviviamo la passione di Gesù e la sua resurrezione, insieme alla nostra passione e resurrezione. Saremo in grado di prendere "sul serio" questo? Le scelte musicali spesso riflettono il grado di "serietà" con cui Cristo è considerato dai suoi fedeli. 



Per quanto spesso i miei interventi possano sembrare quelli d'un 
laudator temporis acti, stavolta sarò proprio chiaro: la musica ha sempre avuto la funzione "da sottofondo e intrattenimento". Da musicista ti dico che gran parte di quello che studiamo è, appunto, in questa categoria. E' solo col '900 che nasce "l'idea" e la musica diventa fine a sé stessa. Comunque sia, andando fuori tema, vediamo sì che la funzione ludica ha sempre avuto due livelli, uno alto -che veicolava gli ideali più nobili e di crescita: la patina ludica serviva a veicolare l'ottica del compositore- e uno basso -a uso e consumo del popolo, fatta per "fare ambiente". Ai giorni nostri la seconda categoria è ben presente, ma la prima? Francamente non so ancora rispondere. 
Invece, per il resto sono d'accordo con te e rimando a quanto detto da me sopra. Attenzione, però, a non fraintendere certe scelte, poiché spesso la scelta dei canti è affidata all'improvvisazione, senza troppa colpa di chi sceglie. Tutto questo perché la musica sacra non è più sentita sacra, ma musica e basta. E alla fine, gira e rigira, si torna allo stesso punto: se si parla di musica tout court, tutti i problemi si riducono a questioni di gusto. 
I veri colpevoli della vicenda sono quanti non sentono la necessità di elevare il popolo, ma di abbassare tutto al livello dei popolani più popolani. Ovviamente i più semplici non faranno fatica a muoversi in un "mondo" creato a uso e consumo loro, gli altri -quelli più educati- invece potranno provare disagio in questa condotta pastorale, quella del livellamento al ribasso. La Chiesa di Cristo è per tutti, ignoranti e intelligenti. Purtroppo, spesso vediamo messo in pratica la "caccia ai neuroni" e l'intelligenza viene trattata come superbia. Ovviamente fa più comodo avere dei pecoroni fra le mani...ma questi son altri discorsi.La frattura fra Chiesa e artisti è avvenuta quando si è chiesto a questi di abbassarsi a livelli infimi, a dispetto di tutta la storia dell'arte sacra. L'arte è entrata nelle chiese per spiegare e far elevare spiegando. Quando le si chiede di non edificare più, allora, le si chiede di suicidarsi. Non c'è più arte sacra, ma qualcosa di informe, generalmente partorito da artistucoli che mangiano vivendo attaccati alle sottane di qualche chierico che ne ha pietà.


Spero - e prego - che tu torni in contatto con la parrocchia, che altrimenti perde un'occasione preziosa di riflettere sul senso e la profondità della propria fede.


Non credo, francamente, di poter tornare sui miei passi (e qui entriamo nella parte personale del post). I motivi sono molti, ma posso riassumere tutto in poche parole: l'esperienza che ho tratto e che ho cercato di esporre in queste pagine virtuali è stata ottenuta al prezzo di numerosi sbagli e oramai la situazione è compromessa. Ci vorrebbe uno scossone, ma questo non è in mio potere. Ora come ora -visto che il mio studio è molto intenso- la situazione mi torna persino utile, tuttavia lo sconforto c'è. Ho notato, poi, d'avere gran bisogno di libertà per svolgere al meglio il mio libero servizio. In una situazione di contratto di lavoro, uno può pure turarsi il naso e fare ciò che gli puzza (ma questo solo se la pancia rumoreggia per la fame); in altri contesti, almeno per me, è necessaria la piena libertà (non intendo l'anarchia), e questa è data da più fattori. Purtroppo, quasi tutti questi fattori mancano nella mia parrocchia. Per ora sto studiando per conto mio, sperando di poter metterlo in pratica entro un tempo ragionevole. Dove? dove soffia lo Spirito!


Un saluto a tutti,

L'organista liturgico

sabato 30 marzo 2013

Un arrivederci che non è un addio

Sicuramente molti dei "miei" lettori si saranno chiesti perché non sia intervenuto mai per parlare di questo periodo importantissimo: la Settimana Santa e  l'inizio del Tempo di Pasqua. Ebbene, vari eventi si sono succeduti -sia chiaro che non sono cose gravi- ma tali da farmi aprire gli occhi sulla situazione che mi circondava. Tutto questo mi ha portato a presentare le mie dimissioni da organista (che poi "organista" è riduttivo) della mia parrocchia. Peccato.
Prima di cominciare con le geremiadi, voglio solo dire che questo arrivederci non è un addio: non ho intenzione di chiudere con l'organo, la musica sacra, la partecipazione a un servizio etc. Tuttavia mi son reso conto che non aver creato un clima umano, cioè di vere e sincere relazioni umane, ha portato a percepire tutto il lavoro fatto come una sorta di insieme di decreti di un podestà imposto, norme che vengono puntualmente meno quando manca il suddetto podestà. Allora ho fatto come il Papa: conscio che ognuno fa come vuole, ho preso e -dopo attenta riflessione- ho rinunciato al mio ministero. Perché? perché vuol dire che non ho seminato bene nel cuore di chi mi circondava. E di questo il primo colpevole è il sottoscritto: sono stato troppo aspro nel porre avanti la complessa macchina di restaurazione liturgico-musicale, sono sembrato una sorta di principe della Chiesa sceso a corregger con la spada gli errori altrui.
Ciononostante, porto a casa come risultato importante quello di aver abituato l'assemblea alla presenza dell'organo, alla considerazione di questo come strumento atto ad accompagnare  i fedeli e alla pratica di cantare salmo responsoriale e antifona (questa sconosciuta!), o di ingresso o di comunione. Beh, non è poco; se qualcuno verrà dopo di me non troverà facce ostili fra i parrocchiani e questo è già un notevole punto di partenza.
E del blog che ne sarà? ovviamente continuerò! Un re non è da meno senza la corona e un pittore senza pennelli e tele rimane sempre lo stesso! Non crediate che me ne starò in panciolle: finora mi è toccato operare senza un coro e tutto quello che facevo era pensato perché fossi in grado di eseguirlo io stesso mentre suonavo, ora -invece- ho l'opportunità di concentrarmi sul repertorio corale e studiarlo bene e a fondo (per non parlare del repertorio fondamentale: pure quello manca e sarà oggetto di studio).
In attesa di una nuova chiamata, proseguo la mia opera, orbo ma non cieco!
Vi saluto e vi auguro una pasqua di pace e serenità.

mercoledì 27 febbraio 2013

Una doverosa puntualizzazione


In riferimento all'ultimo post, catechesi musicale (II), ho da riportare una doverosa puntualizzazione a cura di un "amico telematico" che ha avuto modo di leggere l'intervento.
Gustate la semplicità e la lucidità d'esposizione.

Bravo, però…



I documenti della Chiesa non parlano mai di “polifonia romana” ma di “polifonia” più in generale oppure – con maggior precisione - di “polifonia classica”, ovvero musica polifonica delle varie scuole (romana, fiamminga, anglosassone…) dell’epoca rinascimentale, come chiarito dalla “Musicae sacrae disciplina” di Pio XII. E non potrebbe altrimenti: perché Palestrina, Festa, Pitoni, Anerio e Giovannelli dovrebbero avere più diritto di cittadinanza nelle nostre chiese che non Victoria, Lasso, Gabrieli o Viadana?

Va aggiunto poi che la polifonia classica non si caratterizza per l’“alta costruzione armonica” (il concetto stesso di “armonia” è posteriore), ma semmai per la perfezione contrappuntistica e il senso di equilibrio. È cioè un linguaggio in cui conta più il “come si dice” del “cosa si dice”.
Circa il gregoriano bisogerebbe chiarire una volta per tutte un nervo scoperto: perché è ritenuto il canto “proprio della chiesa romana” (SC 116)? I documenti– a parte l’enciclica di Pio XII al paragrafo III e il Motu proprio di Pio X ai paragrafi I e II – poco o nulla dicono in proposito. Certamente c’è il fattore tradizione, ma non basta. A mio parere le sue caratteristiche fondamentali sono due: la modalità e l’aderenza alle forme e ai testi della liturgia. Il canto gregoriano si sviluppa nel sistema modale, piuttosto lontano dal sistema tonale e da tutti i suoi cliché, cui siamo tanto abituati. Per cui si potrebbe dire che il gregoriano ha un potere altamente “evocativo”: il solo ascolto di una frase promana un’atmosfera altamente spirituale, eco di quel “canto nuovo” di cui parla il Salmo 46. “Nuovo” proprio perché nulla riprende dei linguaggi musicali correnti.
Ma nemmeno questo basta: del resto è una considerazione più estetica che sostanziale. 
È invece basilare il fatto che il gregoriano sia connesso con il rito in maniera incredibilmente stretta (SC 112): l’ampiezza dell’epoca di composizione del repertorio gregoriano fa sì che per ogni testo liturgico da cantare, esista la corrispondente (o più di una) melodia gregoriana che interpreta - più evocandolo che descrivendolo - il significato del testo stesso. Altrettanto importante è il preciso inquadramento formale di ogni singolo pezzo (antifona, responsorio, graduale…) che risponde pienamente alla necessità liturgica del momento e contempla l’esecuzione da parte di ben precisi “attori musicali” (celebrante, solo, coro, popolo).

Ma da qui a dire che il gregoriano abbia “tutte le carte in regola per essere il vero canto dell'assemblea” ce ne passa… O meglio: può anche essere vero, ma bisogna precisare qualche cosa.
Tacendo del mai chiarito “ceteris paribus” (MS 50), che comunque si applica solo “nelle azioni liturgiche in canto celebrate in lingua latina” (ibidem), va evidenziato che il repertorio gregoriano è molto eterogeneo anche dal punto di vista della difficoltà esecutiva. Non tutti i brani hanno “movimenti piuttosto semplici, intervalli non esagerati fra tono e tono (nota e nota) e un'estensione non troppo estesa” (cito dal tuo post), così da essere adatti ad una qualunque assemblea: basterebbe sfogliare i graduali e i tratti, brani solistici per eccellenza con i loro ampi melismi (esemplari i tratti del venerdì santo), del “Graduale romanum” per rendersene conto. Ma anche i brani “corali” come antifone e responsori (ma spesso anche l’Ordinarium) non erano affatto popolari perché eseguite esclusivamente dai monaci, e quindi da cantori comunque specializzati e non da un coro di popolo. 
Altra cosa è il gregoriano “popolare” perché tardo – ci sono addirittura pezzi sei-settecenteschi come l’arcinota “Salve Regina” di V modo – alcune messe del Kyriale e il vasto repertorio del “Graduale simplex”, che invece possono essere felicemente eseguiti anche da assemblee modeste.
Il resto del repertorio “dovrà dunque restituirsi largamente nelle funzioni del culto” (Inter sollicitudines II, 3), ma a patto che lo faccia un coro ben preparato, cosa che è richiesta dal repertorio stesso. Il gregoriano non è più facile della polifonia solo perché monodico, anzi…
Gregoriano e/o polifonia… va bene, ma sono generi primariamente corali. E il canto sacro popolare (MS 4b, SC 118)?
Del resto, guardiamoci in faccia: quando mai un coro polifonico o monodico - posto che esista in ogni chiesa - può essere presente a tutte le messe festive e feriali? E quando anche sia presente, l'assemblea ha il diritto-dovere di intonare i canti che le spettano su musiche che siano davvero degne di una chiesa. E chi frequenta le messe feriali, le tante e simpatiche "vecchiette" che popolano le nostre chiese, non hanno il diritto di cantare un repertorio semplice e accessibile, ma che sia vera musica?
È quindi necessario che quei compositori contemporanei di cui parli ci diano anzitutto canti per il popolo (i cori hanno già moltissimo) che siano un prodotto davvero degno dell’arte (SC 121), che tengano in considerazione limitazioni e necessità di un’assemblea media e che non si riducano ad essere dei tristi “passepartout” (caratteristica di gran parte del repertorio popolare nuovo) ma penetrino in profondità ogni testo e tempo liturgico. 
Che poi è proprio quello che ci insegna il gregoriano.


Faccio seguire un mio appunto: come detto sopra, non ho voluto condurre un'argomentazione basata su un qualsiasi documento, per cui -nel mare magnum delle norme- m'è sfuggito qualcosa e qualcosa è stata detta male. L'intento è quello di stabilire una approccio catechetico con chi parla di musica sacra ma presenta almeno una di queste caratteristiche:
-non sa suonare nemmeno uno strumento;
-non ha una cultura musicale decente (Gigi d'Alessio o i GEN non sono cultura musicale);
-non conosce le norme;
-non ha interesse a conoscere le norme;
-non ha interesse a far qualcosa di utile e catechetico ma si basa sul proprio gusto personale;
-non conosce la liturgia;
-non ha intenzione di conoscere la liturgia.

A una persona che presenta magari anche solo 3 di queste caratteristiche si parla con il codice delle norme alla mano oppure si parla con l'intento di far capire perché esistano le norme, cosa dicano e perché siano buone norme?

 Ringrazio ancora l'amico telematico Davide.

lunedì 28 gennaio 2013

Le percussioni nella liturgia


E' lecito suonare i bonghi? Possiamo utilizzare i timpani? Le grancasse sono vietate? Queste sono alcune domande che abbiamo sentito o potremmo sentire. Possiamo subito abbozzare una risposta sommaria: in linea generale, non è possibile suonare le percussioni all'interno della liturgia. Il perché è rintracciabile su due piani: a livello normativo e a livello liturgico, dove -logicamente- il secondo determina e fonda il primo. Partiamo proprio dall'aspetto legale della faccenda. Torno a citare la "trinità": Sacrosanctum Concilium, Musicam sacram e Inter sollicitudines (citerò il Motu proprio di San Pio X solo da ultimo, infatti la legge successiva ha sì accolto le linee generali ma ha riveduto parzialmente alcune disposizione specifiche).

Sacrosanctum Concilium, §120:
Nella Chiesa latina si abbia in grande onore l'organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti. Altri strumenti, poi, si possono ammettere nel culto divino, a giudizio e con il consenso della competente autorità ecclesiastica territoriale, a norma degli articoli 22-2, 37 e 40, purché siano adatti all'uso sacro o vi si possano adattare, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente l'edificazione dei fedeli.

Musicam sacram, §63:
Nel permettere l’uso degli strumenti musicali e nella loro utilizzazione si deve tener conto dell’indole e delle tradizioni dei singoli popoli. Tuttavia gli strumenti che, secondo il giudizio e l’uso comune, sono propri della musica profana, siano tenuti completamente al di fuori di ogni azione liturgica e dai pii e sacri esercizi. Tutti gli strumenti musicali, ammessi al culto divino, si usino in modo da rispondere alle esigenze dell’azione sacra e servire al decoro del culto divino e alla edificazione dei fedeli.


Analizzando i documenti in vista della pubblicazione di quest'articolo, mi sono imbattuto in questo apparente impasse, ossia la contraddizione fra i documenti citati nei punti da me sottolineati. Ebbene, visto che il primo documento -per quanto autorevole- è del '62 e traccia a grandi linee cosa rimarrà e cosa andrà riformato, mentre il secondo è del '67 e parla in modo specifico della musica sacra (ossia di quello che ci interessa), possiamo dire con sicurezza che, stante l'autorevole indicazione della Congregazione dei Riti (Musicam sacram), è fatto divieto assoluto usare strumenti propri della musica profana all'interno di ogni azione liturgica e dei pii esercizi.
Beh, potevamo notare che questa direzione era chiara pure alla mente di San Pio X, quando -all'interno del suo motu proprio- si esprime così:

5. La Chiesa ha sempre riconosciuto e favorito il progresso delle arti, ammettendo a servizio del culto tutto ciò che il genio ha saputo trovare di buono e di bello nel corso dei secoli, salve però sempre le leggi liturgiche. Per conseguenza la musica più moderna è pure ammessa in chiesa, offrendo anch’essa composizioni di tale bontà, serietà e gravità, che non sono per nulla indegne delle funzioni liturgiche.

Nondimeno, siccome la musica moderna è sorta precipuamente a servigio profano, si dovrà attendere con maggior cura, perché le composizioni musicali di stile moderno, che si ammettono in chiesa, nulla contengano di profano, non abbiano reminiscenze di motivi adoperati in teatro, e non siano foggiate neppure nelle loro forme esterne sull’andamento dei pezzi profani.

Ed è proprio per questo che papa Sarto, più oltre, fornirà una norma categorica:

19. È proibito in chiesa l’uso del pianoforte, come pure quello degli strumenti fragorosi o leggeri, quali sono il tamburo, la grancassa, i piatti, i campanelli e simili.

20. È rigorosamente proibito alle cosiddette bande musicali di suonare in chiesa; e solo in qualche caso speciale, posto il consenso dell’Ordinario, sarà permesso di ammettere una scelta limitata, giudiziosa e proporzionata all’ambiente, di strumenti a fiato, purché la composizione e l’accompagnamento da eseguirsi sia scritto in stile grave, conveniente e simile in tutto a quello proprio dell’organo.


Anche se l'ho già scritto, conviene che mi ripeta. L'unico strumento riconosciuto come liturgico in senso stretto è l'organo (e questo ce lo dice pure la laicissima storia della musica). Pio X, pertanto, volendo ritornare a mettere al centro della musica suonata in chiesa la liturgia, sfronda la musica allora "sacra" di tutto ciò che non fosse liturgico e sacro. In quest'ottica, è permesso tutto ciò che maggiormente aderisce all'organo. Ecco perché vengono banditi strumenti come il pianoforte e tamburo e grancassa, perché non sono strumenti nati per la liturgia.
Come scritto all'inizio, c'è però da considerare se la legge particolare emanata da Pio X sia abolita o meno. In linea generale, tutti i pontefici successivi non hanno lasciato traccia, nel loro Magistero, di una conferma esplicita dei singoli divieti. Nel merito sono intervenuti Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo II (cito soltanto quelli che hanno lasciato documenti celebri per la normazione della musica sacra), eppure nessuno, nel citare papa Sarto, ha detto esplicitamente di riconfermarne i divieti, tutti si sono limitati a riconfermarne -invece- l'analisi. Quindi, qualche divieto è considerato decaduto. Faccio un esempio chiaro: il pianoforte è oramai permesso. Nella percezione attuale,  questo strumento non è più associato all'immagine di donnine svestite che cantano alla rivista, ma ha assunto un ruolo nobile nell'immaginario comune, è considerato anzitutto come strumento serio. Ergo, per quanto sia "profano" non lo è nel significato di "popolare" ed è per questo che sono sempre di più i cori che, in chiesa, si fanno accompagnare da un pianista. Certo, avrà avuto il suo peso pure il mondo protestante: negli ultimi anni è la norma trovare organo e pianoforte all'interno delle chiese riformate, specie in quelle evangeliche (ma dobbiamo ricordare che lì è entrato il pianoforte proprio perché strumento simbolo dell'accompagnamento al canto profano!). Comunque sia, io per prudenza continuo a ritenere validi i divieti di San Pio X, in attesa di pronunciamenti ufficiali.
Se, però, non esistesse un divieto esplicito circa le percussioni all'interno della liturgia, dovremmo comunque esser noi a trarre comunque la conclusione che non è permesso un loro uso durante le azioni sacre (e qui siamo all'aspetto liturgico dell'affaire). Gli strumenti, come scritto nei documenti citati, devono sostenere il canto dei fedeli altrimenti non servono a nulla. Un tamburo, un bongo, un putipù come sostiene il canto? non può farlo. A livello tecnico, sostenere il canto vuol dire fornire note (o la melodia del canto o un accompagnamento armonico tale da sostenere la melodia) e ritmo. Un qualsiasi strumento, quando suona, fornisce entrambi gli elementi . Ciò non avviene per le percussioni, poiché non riescono a produrre un accompagnamento armonico tale da sostenere il canto (al limite viene data la fondamentale, ma in maniera così grave e secca che il suono percepito è quello di un generico boato, quindi di gran lunga vicino al rumore). E uno strumento che fornisce solo ritmo non fa musica: pensate a martello che batte in maniera costante -ritmica-; direte che fa musica o rumore? Persino la tecnica, quindi, conferma il fatto che le percussioni non siano in grado di sostenere il canto.
Alla luce di quanto detto possiamo concludere che è vietato suonare le percussioni durante la liturgia, tuttavia c'è l'eccezione che conferma la regola: l'orchestra. L'orchestra,infatti, prevede al proprio interno le percussioni e sarebbe impensabile senza. Ma l'orchestra non è "profana"? Non del tutto: la storia ci insegna che formazioni strumentali simili alle moderne orchestre sono sempre state presenti -fin dall'età moderna- nei riti celebrati con maggior sfarzo del solito e, pure ai giorni nostri, la natura semi-sacra dell'orchestra è confermata dal suo utilizzo da parte di Mons. Frisina (utilizzo che è stato ben visibile durante il pontificato di Giovanni Paolo II); la stessa celeberrima Messa da Requiem di Mozart è composta per orchestra (con l'eventuale utilizzo dell'organo).  Nei casi in cui, allora, suoni un'orchestra, ovviamente il divieto alle percussioni decade, anche perché le formazioni orchestrali non sono da vedersi come un insieme di più strumenti, ma un unico strumento formato da numerosi strumenti.
Una nota in chiusura di articolo. Potremmo sentirci obiettare "Ma in Africa il tamburo viene suonato a Messa". Allora, tagliamo la testa al toro: nella tradizione dei riti latini non esiste una percussione legata prevalentemente all'uso liturgico (a parte la campana), da altre parti esiste (non so se pure nei riti orientali). Tuttavia, noi siamo in Italia e dobbiamo pensare alla nostra tradizione musicale, non alle tradizioni degli altri (a casa loro si farà come è costume loro, a casa nostra facciamo come è costume nostro...altrimenti dov'è il bello della diversità?). A tal proposito mi espressi già nel lontano 2010 con quest'articolo (Ripartire dall'inizio): non scrissi una sciocchezza, perché proprio lo scorso novembre (2012) così si esprimeva il Pontefice regnante ai partecipanti all'incontro promosso dall'Associazione Italiana Santa Cecilia:

Il secondo aspetto che propongo alla vostra riflessione è il rapporto tra il canto sacro e la nuova evangelizzazione. La Costituzione conciliare sulla liturgia ricorda l’importanza della musica sacra nella missione ad gentes ed esorta a valorizzare le tradizioni musicali dei popoli (cfr n. 119). Ma anche proprio nei Paesi di antica evangelizzazione, come l’Italia, la musica sacra - con la sua grande tradizione che è propria, che è cultura nostra, occidentale - può avere e di fatto ha un compito rilevante, per favorire la riscoperta di Dio, un rinnovato accostamento al messaggio cristiano e ai misteri della fede. (link)

Ossia: se bisogna guardare alle tradizioni dei popoli, cominciamo pure noi a farlo nei confronti della nostra, non foss'altro perché siamo anche noi terra di missioni di evangelizzazione. Sinceramente, quando lessi il discorso, quasi cascai dalla sedia: non solo avevo scritto cose che avrebbe detto il Papa in persona, ma lo feci due anni prima di lui, senza che nessuno mi dicesse nulla (speriamo che sia stato, invece, un suggeritore: lo Spirito Santo).

Finita la disquisizione, vi saluto e vi aspetto ancora su questa piazza virtuale.

P.S. Ho ricevuto mail e commenti che mi hanno fatto molto piacere, tuttavia ho dato spazio pure a chi è caduto nel turpiloquio, ma non credo che sarò così indulgente le prossime volte con chi ricorre all'offesa gratuita. A tutti gli altri, invece, rivolgo i miei ringraziamenti e dico di pazientare: purtroppo sono molto impegnato e spesso non riesco a rispondere a tempo a mail e commenti.
Un saluto.






domenica 9 dicembre 2012

Fasce o cuscini sonori: corbellerie (abusive)!

Il tempo ed io abbiamo un cattivo rapporto. Diciamo pessimo. Ecco perché mesi fa, quando finii di leggere L'organista liturgico (Tannoia, Stilo Editrice), misi segnalibri nei punti che avevano stimolato una mia riflessione, perché sapevo che non sarei riuscito a fare ciò a ridosso della lettura del libro. Stasera, dopo molto tempo, sono tornato a sfogliare il volumetto e non ho potuto fare a meno di non ripensare a un punto che mi aveva particolarmente colpito (in negativo): le fasce o cuscini sonori.

Partiamo con quanto ci dice l'Autore alla nota n. 20 di pag. 53 (l'argomento glossato è il suono dell'organo che accompagni la meditazione dopo l'ascolto della Parola o dell'omelia):
"Il prof. Rainoldi accenna alla possibilità -tutta da sperimentare- di creare un sottofondo anche alla parola del celebrante: Fasce o cuscini sonori, giocati con scelta variata di opportuni strumenti, che entrerebbero in campo o come musica d'ambiente (udita più che ascoltata) o come componente significativa di una gestualità più ampia del comunicare (F. RAINOLDI, Il recitativo liturgico in lingua viva: gesto musicale, generi testuali, dialogo ministri/assemblea, in Atti del 3° Convegno nazionale degli incaricati diocesani per la musica sacra, Collevalenza i Todi, 15-18 novembre 1993, p. 54)."

Anzitutto, c'è un verbo che mette i brividi: sperimentare. Beh, visto lo stato attuale della liturgia, stato riassumibile nell'espressione "se mi pare, delle regole me ne fotto", direi che sarebbe sensato e prudente parlare di queste cose a porte chiuse e avere a cuore che non trapeli nulla all'esterno, tanto meno in un libercolo facilmente reperibile come quello del Tannoia: così eviteremmo di alimentare le fantasie liturgiche di certi consacrati che non accettano proprio di non esser il Papa di turno per sfogare il proprio estro artistico nell'ennesima riforma dei riti. Purtroppo, nello stesso errore incappa il Tannoia: non si può scrivere un paragrafo intitolato Meditazione dopo l'ascolto, o dopo l'omelia quando l'Ordinamento Generale del Messale Romano (mica Topolino) così dice al punto n. 56:

Il silenzio
56. La Liturgia della Parola deve essere celebrata in modo da favorire la meditazione; quindi si deve assolutamente evitare ogni forma di fretta che impedisca il raccoglimento. In essa sono opportuni anche brevi momenti di silenzio, adatti all’assemblea radunata, per mezzo dei quali, con l’aiuto dello Spirito Santo, la parola di Dio venga accolta nel cuore e si prepari la risposta con la preghiera. Questi momenti di silenzio si possono osservare, ad esempio, prima che inizi la stessa Liturgia della Parola, dopo la prima e la seconda lettura, e terminata l’omelia.


N. B. Non si parla di silenzio dopo la Lettura del Vangelo perché è data facoltà di ripetere l'Acclamazione al Vangelo (francamente la trovo una possibilità sciocca, perché la natura dell'acclamazione è quella di precedere -e non di seguire- e così facendo si confondono i momenti, dando l'idea di un grande music-all). 



Se ci spingiamo al cuore del problema dovremmo sapere bene cosa voglia veramente dire il discorso del prof. Rainoldi. Ho cercato sul web l'intera argomentazione del '93 ma non ho trovato nulla. Tuttavia, mi sento di dire che quanto scritto è contro le norme liturgiche non solo perché sì ignora -più o meno volutamente- la norma ma anche perché non si capisce l'autentico spirito liturgico delle parti della Messa, e questo è forse più grave: pure io non mi ricordo tutte le norme, ma ringrazio Iddio per aver creato Google, tuttavia -appena letto il passo incriminato- sapevo che tutto il testo era contro l'autentico spirito liturgico (quindi uno, se ha ben presente questo, saprà regolarsi da solo senza consultare OGMR, fidatevi: capito il meccanismo è impossibile -o quasi- sbagliare).

Dal punto di vista strettamente "legale" tutto l'ambaradàn del prof. Rainoldi confligge con almeno un punto dell'Istruzione Musicam Sacram (1967):


64. L’uso di strumenti musicali per accompagnare il canto, può sostenere le voci, facilitare la partecipazione e rendere più profonda dell’assemblea. Tuttavia il loro suono non deve coprire le voci,rendendo difficile la comprensione del testo; anzi gli strumenti musicali tacciano quando il sacerdote celebrante o un ministro, nell’esercizio del loro ufficio, proferiscono ad alta voce un testo loro proprio.


Ebbene, stando così le cose, l'organo (come qualsiasi altro strumento o voce) dovrebbe tacere durante l'omelia solo se riuscissimo a dimostrare che l'omelia è un testo proprio del celebrante. Beh, parrebbe proprio che sia così, almeno stando a OGMR:


L’omelia
65. L’omelia fa parte della liturgia ed è vivamente raccomandata[63]: è infatti necessaria per alimentare la vita cristiana. Essa deve consistere nella spiegazione o di qualche aspetto delle letture della sacra Scrittura, o di un altro testo dell’Ordinario o del Proprio della Messa del giorno, tenuto conto sia del mistero che viene celebrato, sia delle particolari necessità di chi ascolta[64].
66. L’omelia di solito sia tenuta personalmente dal sacerdote celebrante. Talvolta, potrà essere da lui affidata a un sacerdote concelebrante e, secondo l’opportunità, anche al diacono; mai però a un laico[65]. In casi particolari e per un giusto motivo l’omelia può essere tenuta anche dal Vescovo o da un presbitero che partecipa alla celebrazione anche se non può concelebrare.
Nelle domeniche e nelle feste di precetto l’omelia si deve tenere e non può essere omessa se non per un grave motivo in tutte le Messe con partecipazione di popolo. Negli altri giorni è raccomandata, specialmente nelle ferie di Avvento, di Quaresima e del tempo pasquale; così pure nelle altre feste e circostanze nelle quali è più numeroso il concorso del popolo alla chiesa[66].
È opportuno, dopo l’omelia, osservare un breve momento di silenzio.

N. B. Notare come l'ultimo punto renda inutile la presenza del paragrafo Meditazione dopo l'ascolto, o dopo l'omelia in un libro che si intitola L'organista liturgico (ma di che liturgia stiamo parlando? di quella di Narnia?).

Riassumendo: quanto ipotizzato è irrealizzabile a livello normativo. Sperimentare vuol dire -in questo caso- compiere deliberatamente un abuso. 
Proviamo però ad andare oltre la supercazzola del prof. Rainoldi (sì, scusatemi, ma "udita più che ascoltata" e "componente significativa di una gestualità più ampia del comunicare" sono proprio un bell'esempio di terapia tapioca come se fosse antani, con lo scappellamento a destra, ché piace tanto ai convegni), proviamo a porci in un ottica a-legale e totalmente rivolta allo spirito della liturgia: l'omelia rappresenta la parte più strettamente catechetica della Messa; tutta la sua forza consiste nella mondezza, nella chiarezza del linguaggio; tanto più chiara essa è, tanto è meglio fatta. Come possiamo allora creare "disturbo" (a livello comunicativo, due linguaggi che vengono messi in atto al contempo creano quello che si chiama disturbo) con la musica? Come possiamo ritenere che il di più sia d'aiuto quando rischiamo di non far comprendere le parole del celebrante? Per voler far qualcosa di assolutamente superfluo rischiamo di fare un danno, ossia di non far comprendere la parte della catechesi: un'assemblea che non ha spazio di cantare non ha un danno pari a un'assemblea che viene privata dell'omelia solo per fare un po' di musica. 
Inoltre, alla base di questa proposta assolutamente errata, è la concezione della musica all'interno della liturgia come riempitivo, per dirla in parole semplici, o come un linguaggio evocativo ma non esaustivo. La musica all'interno della liturgia deve elevare gli animi -e non lo dico io ma 2000 anni di Chiesa- non creare l'atmosfera: creare l'atmosfera è una cosa che si fa ai vernissage o ai caffé letterari, non in chiesa! L'unica atmosfera data è quella che offre l'antifona d'introito, che introduce allo spirito della celebrazione del momento. 
In terzo luogo, poi, se un'uditorio ha bisogno della musica per lasciarsi catturare dall'omelia, non voglio immaginare a che cosa pensi l'assemblea alla Proclamazione del Vangelo, dal momento che essa non è cantata per la gran parte dell'anno!

A questo proposito riferisco un'interpretazione raccapricciante del passo del prof. Rainoldi: con "alla parola del celebrante" si intenderebbe pure la Proclamazione del Vangelo. Non è farina del mio sacco, ma -mi par di ricordare- di una persona che si diverte a scrivere prefazioni inutili ai repertori nazionali di musica per la liturgia (chi vo' capir capisca). Una cosa del genere è francamente aberrante: da "proclamazione" si passerebbe a "lettura teatrale", da "canto/lettura" a "recitazione". La Proclamazione del Vangelo non è mai stata sporcata da sottofondi musicali, MAI: o si canta o si legge, non ci sono vie di mezzo. E questo avviene in tutte le confessioni cristiane che io conosca, riformate o meno che siano (sappiamo che i riformati siano melomani, ma non fino a questo punto). Sarebbe ancora più "contro-natura" avere una Messa in cui si suona alla Proclamazione ma non all'Elevazione perché è più logico il contrario: infatti, prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II l'Elevazione poteva esser accompagnata dal suono dell'organo (e la pratica è pienamente legale nella Forma Straordinaria del Rito Romano), nella forma Ordinaria del Rito Romano, invece, questo abuso, ma sarebbe lieve cosa perché ci si potrebbe giustificare con l'argomento del precedente storico secolare -se proprio uno smania per suonare quando le norme non lo consentono (ma perché uno deve compiere gli abusi liturgici senza necessità?) 

Alla fine di questa lunga discussione credo che abbiamo appreso che il paragrafo Meditazione dopo l'ascolto, o dopo l'omelia è da cancellare (è inutile fare le discussioni sul sesso degli angeli, tanto le norme vietano tutto quello che c'è scritto) e che i liturgisti alla moda, che accusano di teatralità la messa in forma Straordinaria, dovrebbero tapparsi la bocca e guardare in casa propria: questo discorso ha messo in luce come sia ancora ben presente una concezione teatrale della musica all'interno della liturgia; la musica allieta, evoca, sottolinea, fa l'ambiente...tutte espressioni adatte ai concerti profani, non alla Messa.






lunedì 2 luglio 2012

L'assurda mutazione genetica dell'Offertorio

E' da tempo che, ogniqualvolta devo scegliere un Offertorio, mi si para di fronte un dilemma: la diversità tra Offertorio pre- e Offertorio post-conciliare affonda le sue radici in qualche profonda e degnissima ragione teologica o è dovuta al fattore "idiozia umana"?
Ho controllato in Sacrosanctum Concilium e in Musicam Sacram. Sembra proprio che, ancora una volta, ci troviamo dinanzi a un monstrum partorito da un'interpretazione fantasiosa dei dettami conciliari.

Qual è, dunque, questa differenza suddetta? L'innegabile tristezza/mestizia dell'Offertorio attuale. Al 90%, infatti, vengon intonati canti dal sapore triste o quuantomeno palloso.
Eppure il momento non è tale,anzi.
L'Offertorio è tout court la cosiddetta "Preparazione dei doni", ossia "all'inizio della Liturgia eucaristica si portano all'altare i doni, che diventeranno il Corpo e il Sangue di Cristo." (OGMR n. 73). come si può, dunque, esser tristi o mesti dinanzi all'offerta? bah, io non lo so.E infatti, se prendete un qualsiasi offertorio pre-conciliare, la gioia che esso sprizza è manifesta pure ai sordi: talvolta c'è così tanto brio che è persino imbarazzante.

Due esempi.


un classico per ogni organista italiano; la gioia che sprizza è misurata e pacata, ma comunque ben percepibile sin dalla battuta d'inizio;


Non fa piangere, ok. Ma l'incipit è tristissimo e l'andamento è mesto. C'è tutto fuorché gioia. Specie nelle versioni parrocchiali.

Parlano tanto di esser gioiosi, ma quando si tratta di esserlo per davvero sono così rincoglioniti da non capirlo. 

Prima sfida dell'organista liturgico: eliminare la tristezza dall'Offertorio. Non garantisco il paradiso, ma la coerenza liturgica sì.

martedì 26 giugno 2012

Organista per passione (nel senso truce del termine)



"Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua."(Mt XVI, 24).
Questo dovrebbe essere il motto di ogni cristiano, certo è che -allo stato attuale dell'arte- trattasi del motto d'ogni organista, un'indelebile frase scritta nelle carni da umiliazioni continue e, sembra, infinite.
Anzitutto bisogna fare una premessa: chi suona l'organo in chiesa non è necessariamente organista. E non lo dico con tono sprezzante di chi studia per diventarlo. Penso, infatti, che quello che distingue un organista (musicista) da un pesta-tasti sia un solo fattore: il quid artistico.
Cos'è il quid artistico? E' la capacità di sentire la musica, di percepire un estro artistico che non sia fine a sé stesso (la vera arte serve gli altri: quando serve chi la "crea" ci troviamo dinanzi a una sega, una masturbazione, d'artista e nulla di più). Se uno ha questo quid va in tasca a tutti e riesce pure laddove non abbia una cultura musicale, con grande fatica, ma ci riuscirà.
Quando ci troviamo dinanzi a queste persone, bisogna inchinarci e render omaggio.
La realtà vuole, ahinoi, che il quid sia oggetto di soventi ricerche presso Chi l'ha visto? (il noto programma televisivo) dacché è piuttosto refrattario nel palesarsi.
Laddove manchi il suddetto quid interviene il fattore culturale a farla da padrone. E finché quest'ultimo sia ancora ben conservato, la mancanza di un artista non si avverte come pressante questione da affrontare. Un buon pesta-tasti è quello che ha una buona cultura musicale.
Ma quando manca pure la cultura musicale? Lino Banfi direbbe che sono "uccelli per diabetici" (la metafora è ovvia). Si dà il caso che la temperie culturale che si respira nella maggior parte delle sagrestie italiche sia questa. Il male è che a dar man forte all'ignoranza vengano l'arroganza e la saccenteria. Un ignorante saccente e ignorante è la peggior cosa (il suo stato di abbrutimento mentale gli fa percorrere a ritroso la catena dell'evoluzione fino a portarlo allo stato di composto chimico e stop) che un organista possa trovare. E visto che certi seminari hanno sfornato questo tipo di figure...beh, c'è da mettersi le mani nei capelli.
Le soluzioni al problema sono due: o fuggire o rimanere. Tertium non datur. 
Queste persone, in realtà, sono da compatire. Non riescono a contemplare il Bello (attributo di Dio) perché si sono fatti un idolo e se lo sono messo davanti agli occhi, un idolo chiamato ora "spirito del concilio" ora "segno dei tempo". Non sentirete mai, da queste persone, una frase come "ho sbagliato" o "potremmo fare diversamente". No, nella migliore ottica di diplomazia curiale, non si può mai sottolineare discontinuità col passato, altrimenti sarebbe sottintesto che alcune scelte sono state clamorosamente toppate.
Confesso che la via della fuga è quella più rilassante, più "giusta" verso di noi. Ma se noi ce ne andiamo, chi crescerà le nuove generazioni? che possibilità reali di cambiamento ci sono? Punte, o forse quasi nessuna. Se noi, invece, lottiamo e ingoiamo bocconi amari come il fiele possiamo sempre sperare di far migliorare la situazione a passi piccolissimi ma inevitabili. 
Il Creatore ripagherà noi poiché ci saremo così presi cura del suo gregge che, per amor di questo, non ce ne verrà altro che patimenti e dolori e, al contempo, saprà debitamente (lo spero vivamente) ripagare degnamente chi s'è creato l'idolo (le proprie irrinunciabili convinzioni personali) e se l'è messo innanzi agli occhi.
Essere santi combattenti (e non combattenti santi) sia l'imperativo di ciascun organista maltrattato, di ciascun direttore di coro cui tarpano le ali, di ciascun musicista che GRATIS spende del tempo e non ne ricava altro che malumore.


Piccola postilla conclusiva.
Alcuni miei amici mi hanno dato un consiglio prezioso: non poter fare qualcosa non deve precludervi dal non saperlo. Se al vostro parroco non va che suoniate, per esempio, Symbolum '77 ciò non vuol dire che voi non lo sappiate. Mai regolare il proprio repertorio in base all'hic et nunc. I preti, e meno male, passano, è il popolo che resta (e si spera pure noi e il nostro ricordo, e cioè pure cosa abbiamo insegnato).


Forza, dobbiamo resistere. Passerà tutto questo.

lunedì 12 settembre 2011

Una recensione a don Enrico Finotti

Cari Lettori,
voglio qui proporre una breve riflessione che trae origine dalla gentilezza di un cyber-amico (D.S.), che mi ha inviato l'articolo sottostante che condivido con Voi tutti.
Sottolineo in nero ciò che è interessante.
Sottolineo in rosso ciò che non condivido.


La musica sacra e il canto liturgico nel Vaticano II


di don Enrico Finotti



Oggi occorre ritornare alle sorgenti autentiche della riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II. Si devono però superare molti pregiudizi, invalsi negli anni postconciliari e oggi ancora persistenti, che hanno oscurato i principi basilari sui quali l’edificio liturgico rinnovato doveva poggiare.
  Su interpretazioni riduttive si è sviluppata una pastorale liturgica mancante e difforme da ciò che il Vaticano II intendeva promuovere. Anche il settore della musica sacra è certamente segnato dai danni di una scorretta e parziale applicazione dei principi ispiratori. Per questo è necessario ritornare a rileggere le inequivocabili indicazioni della Costituzione liturgica

Sacrosanctum Concilium:

n. 116: La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana: perciò, nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli sia riservato il posto principale.
Gli altri generi di Musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini Uffici, purché rispondano allo spirito dell’azione liturgica, a norma dell’art. 30.

n. 117: Si conduca a termine l’edizione tipica dei libri di canto gregoriano; anzi, si prepari un’edizione più critica dei libri già editi dopo la riforma di san Pio X. Conviene inoltre che si prepari una edizione che contenga melodie più semplici, ad uso delle chiese minori.

n. 118: Si promuova con impegno il canto popolare religioso, in modo che nei pii e sacri esercizi, come pure nelle stesse azioni liturgiche, secondo le norme e i precetti delle rubriche, possano risuonare le voci dei fedeli.

Nell’arco degli anni post-concilari possiamo osservare che, nel campo della musica e del canto sacro, si sono delineati due fenomeni ben definiti: [PARTE CORROTTA]
  E'stato fatto e continua ancora uno sforzo notevole di creazione di canti in lingua parlata per l’uso liturgico. I vari repertori ne sono eloquente testimonianza. Tuttavia, dopo un primo inizio di fedele applicazione secondo i criteri liturgici e in comunione con la Chiesa, si è intrapresa la via di una creatività continua, talvolta eccessiva, senza più considerazione dei principi liturgici e della necessaria verifica e approvazione dell’autorità della Chiesa. In tal modo sembra che oggi chiunque possa comporre musica e testi per la liturgia e ogni comunità e gruppo esegue un ventaglio incontrollabile di canti, che, sia per la palese inabilità del testo o della musica o della loro funzione rituale, sia per la mancanza di un esplicito riconoscimento e assunzione da parte dell’autorità della Chiesa, non possono dirsi propriamente liturgici. Così le celebrazioni subiscono una larga invasione quasi ovunque di testi e musiche di composizione privata, che non godono perciò della grazia specifica della liturgia e non possono quindi mirare pienamente al fine della Musica sacra, che è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli(SC 112).
  Mentre l’eucologia, il lezionario e le sequenze rituali sono ancora fissate dalla Chiesa, i canti sono per lo più alla mercé di compositori, maestri di coro, gruppi o singoli fedeli committenti. In tal modo il settore del canto non soggiace più al controllo della Chiesa, né può dirsi espressione della sua preghiera, essendo ormai diventato appannaggio di un comunità o di una spiritualità sociologicamente più o meno estesa. In questo stato di cose i fedeli rischiano di non riconoscere più quali siano i canti liturgici, propri della Chiesa, ed essere, in questo settore, travolti dai gusti e dai contenuti di alcuni, di quelli cioè che volta a volta gestiscono le liturgie. Si deve pure constatare che è prevalsa la tendenza a ‘cantare nella liturgia’ anziché ‘cantare la liturgia’. Questa scelta, infatti, offre maggior libertà creativa. E' evidente che a queste condizioni non può affermarsi e aver stabilità una raccolta valida di canti liturgici, comune al popolo di Dio nella sua globalità, né possono risuonare le voci dei fedeli (SC 118). Anche il repertorio nazionale diluisce nella concessione di poter ricorrere agli altri repertori, regionali, diocesani, parrocchiali, ecc.
  Su questa strada si può arrivare alla situazione dell’antica gnosi, quando si fece la scelta radicale di eliminare dalla liturgia ogni composizione umana, inficiata di concetti gnostici, e di usare soltanto il salterio, quale testo sicuro per il canto liturgico. Tale situazione dopo una ulteriore riduzione di sequenze e tropi in eccesso all’epoca del Concilio Tridentino è giunta fino al Vaticano II.  Vi è poi un secondo versante. Nella ‘pastorale’ liturgica postconciliare si è operata di fatto una scelta di parte: si è considerato solo il canto popolare religioso (SC 118) tacendo quasi totalmente sul canto gregoriano e sulla polifonia classica (SC 116). Anche la pubblicazione del Graduale simplex, ad uso delle chiese minori (SC 117) “allo scopo di ottenere più efficacemente una partecipazione attiva di tutto il popolo nelle sacre azioni celebrate in canto” (SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Graduale semplice ad uso delle chiese minori, 3 settembre 1967, in Enchiridion Vaticanum, EDB, vol. 2°, n. 1677), - libro liturgico di nuova creazione - non ha sortito nessun significativo e stabile ricorso all’uso del canto gregoriano nelle normali assemblee parrocchiali.
  Il silenzio sul gregoriano e la polifonia classica ha privato i riti di un patrimonio liturgico, artistico e spirituale grandioso, ha ristretto negli effimeri confini del presente e ha tagliato le radici con la tradizione dei secoli. Le nuove generazioni si sono così trovate a realizzare il prodotto recente delle ultime ‘trovate’ e il loro orizzonte è costretto all’asfissia dell’istante momentaneo e del locale. La loro stessa creatività, priva dell’ossigeno della Tradizione secolare e universale della Chiesa, ne è rattrappita e si chiude davanti a loro la possibilità di un esercizio musicale a servizio della liturgia di alto profilo artistico e di profonda spiritualità. Non può essere normale, né onorevole per la Chiesa che i giovani scoprano il gregoriano e la grande musica polifonica in ambienti profani, come in scuole e concerti, mentre il grembo originale che ha generato tale esperienza offre un livello ormai basso e sterile. La Chiesa Madre e Maestra avrebbe così perduto la sua capacita di educatrice e di guida verso le alte vette dello spirito?
  Occorre ritornare al Concilio vero e integrale. Una normale corale di parrocchia non può assolvere il suo servizio riducendo le sue prestazioni musicali all’esecuzione della solo musica d’uso in una estenuante girandola di continue variazioni. Essa deve essere capace di proporre all’assemblea cristiana il canto gregoriano nelle sue principali espressioni, sia quello sillabico della cantillatio e dei salmi, sia quello melismatico degli inni e degli altri testi liturgici. Il novus Ordo Missae è stato riformato in totale continuità con l’Ordo precedente. Infatti rimangono inalterati nel testo e nella loro posizione rituale i canti classici dell’ordinario: Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei. Essi quindi possono e devono poter essere riproposti secondo le modalità gregoriane e polifoniche di sempre. Nessuna parte del rito precedente è stata tolta, ma tutto coincide e questo perché nella mente della Chiesa non si doveva in nulla sacrificare il patrimonio musicale dei secoli codificato nel Graduale Romano, che deve essere tenuto “in sommo onore nella Chiesa per le sue meravigliose espressioni d’arte e di pietà” e deve conservare “integro il suo valore” (SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Graduale semplice ad uso delle chiese minori, 3 settembre 1967, in Enchiridion Vaticanum, EDB, vol. 2°, n. 1677). Il Graduale simplex poi offre possibilità più semplici - adatte ai vari tempi liturgici e alle principali solennità e feste e ai comuni dei Santi - per i canti del proprio: ingresso, salmo responsoriale, presentazione delle offerte, comunione. Non è necessario allora ricorrere alla forma precedente del Messale per ricuperare il canto sacro classico, ma esso è in piena conformità col Messale riformato dal Vaticano II. Questo fatto, nonostante i continui richiami del Magistero della Chiesa, è stato disatteso per decenni e ancor oggi con grande sospetto ci si apre a questa prospettiva.
  In questo più vasto orizzonte le Messe gregoriane e quelle polifoniche potranno debitamente continuare a impreziosire la celebrazione liturgica e, da loro formati, i nostri contemporanei potranno procedere ad una autentica creatività, che, fondata sui principi perenni della musica sacra - la santità, la bontà delle forme e l’universalità (Pio X, Motu proprio sulla musica sacra, n. 2) - potrà ancora produrre splendidi frutti e geniali espressioni religiose. La composizione equilibrata tra antico e moderno, dunque, deve ispirare la ricerca e la prassi liturgica, senza elidere alcuno dei due termini.
  Che nella Commemorazione di Tutti Fedeli Defunti (2 nov.) si esegua la Messa da requiem gregoriana nella sua completezza, oppure che in talune feste della Madonna si esegua la Missa cum jubilo e in altre occasioni la Missa de Angelis e in altre ancora si ricorra ad una valida Messa polifonica, non può costituire motivo di meraviglia e di contesa nella comunità cristiana. Se questo succede è perché l’interpretazione distorta del Concilio è diventata mentalità comune. Per le grandi composizioni polifoniche si dovrà tuttavia tener sempre presente il principio: “è da condannare come abuso gravissimo, che nelle funzioni ecclesiastiche la liturgia apparisca secondaria e quasi a servizio della musica, mentre la musica è semplicemente parte della liturgia e sua umile ancella” (Pio X, Motu proprio “Tra le sollecitudini” sulla musica sacra, n. 2 3). Occorre perciò che il solenne principio conciliare - “La Musica sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica, sia esprimendo più dolcemente la preghiera o favorendo l’unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri” (SC 112) - sia debitamente osservato. Ma siccome il testo liturgico (soprattutto nelle lingue volgari) potrebbe essere rivestito con una musica inadatta e anche banale, giustificata non in base alla sua qualità musicale, ma soltanto per il fatto che rispetta e assume in modo integro il testo previsto dalla liturgia, ecco che l’indicazione di S. Pio X ritorna sempre attuale: “Il canto gregoriano fu sempre considerato come il supremo modello della musica sacra, potendosi stabilire con ogni ragione la seguente legge generale: tanto una composizione per chiesa è più sacra e liturgica, quanto più grave; nell’andamento, nella ispirazione e nel sapore si accosta alla melodia gregoriana, e tanto è meno degna del tempio, quanto più da quel supremo modello si riconosce difforme”(Pio X, Motu proprio “Tra le sollecitudini” sulla musica sacra, II n. 3).
  Alla luce di queste parole il canto gregoriano allora non è soltanto un corpus prezioso di canti accanto ad altri generi di musica sacra, ma, secondo la mente della Chiesa latina, ne è il referente e la base interiore che deve costituire l’anima per ogni musica autenticamente sacra e liturgica. Dobbiamo convenire che oggi nella realtà quotidiana delle nostre parrocchie non è facile impostare questo ragionamento. Tuttavia se si vuole una vera ed efficace verifica nel campo della musica liturgica si deve serenamente affrontare quello che in realtà è il pensiero ufficiale della Chiesa e il tenore dei suoi documenti.



RIFLESSIONI

Non sono d'accordo con ogni singola parte di questo articolo, tuttavia riconosco all'autore quello spirito critico ed estetico che sembra ormai aver abbandonato la gerarchia ecclesiastica.
Cominciamo dall'inizio. Don Finotti parla di " interpretazioni riduttive" su cui "si è sviluppata una pastorale liturgica mancante e difforme da ciò che il Vaticano II intendeva promuovere. Anche il settore della musica sacra è certamente segnato dai danni di una scorretta e parziale applicazione dei principi ispiratori". E come negare l'evidenza di ciò? Forse, e qui esulo dal campo musicale che meglio mi compete, l'errore si cela dietro quel semplice binomio: pastorale liturgica. La pastorale e la liturgia non dovrebbero interagire. L'una riguarda l'uomo, l'altra Dio. Altri -la maggioranza- interpretano la liturgia come l'uomo dinanzi a Dio e quindi suscettibile di mondanità. Comunque, fatto sta che almeno dai documenti conciliari il culto risulta amministrato e regolato more antiquo, tant'è che non si parla di celebrazione versus populum o di messa obbligatoriamente in lingua volgare. Circa  la questione della colpa conciliare, riamando all'ottimo articolo del blog Traditio Liturgica. Mi basta citare un passo che esprime pure il mio pensiero: Il cosiddetto "rito di Paolo VI", invece, introduce dei principi di ordine soggettivistico - che lo si voglia ammettere o no - in nome di convenienze pastorali. Questo tende a creare un permanente sfregio al simbolo e al senso della tradizione, secondo la quale è la liturgia che cambia noi, non noi che cambiamo la liturgia.
  Torniamo allora all'articolo di don Finotti. Quand'egli si lamenta del fatto che oggi larga parte dei canti non ha approvazione ufficiale e che una simile prassi sembra esser quella consueta e doverosa, forse dovrebbe imputare la colpa del misfatto ai sacerdoti, gli stessi che sono molto attivi nell'ambito della fantasia liturgica. Per correttezza, dovrebbero essere gli organisti o i direttori di coro a eseguire un repertorio approvato, purtroppo -come già detto- molte dei brani delle nostre celebrazioni non hanno autorizzazione perché questo è stato un problema che non è stato avvertito come tale. Se poi ormai vige l'anarchia dovrebbe essere il sacerdote a dare una direttiva nel merito dalla questione, ma per fortuna non è così: data la situazione attuale, ossia l'atteggiamento di certi preti, è un bene che spesso siano i "musici" a fare di testa loro.
  Arriviamo, allora, a parlare dell'indipendenza dei musicisti e vediamo quel che dice l'Autore:  le celebrazioni subiscono una larga invasione quasi ovunque di testi e musiche di composizione privata, che non godono perciò della grazia specifica della liturgia e non possono quindi mirare pienamente al fine della Musica sacra, che è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli. Ecco, qui don Finotti ha detto una sonora corbelleria, ma bella grossa. La composizione privata non è condannata dalla Sacrosanctum Concilium; essa anzi dice al punto 112 -quello citato:
La tradizione musicale della Chiesa costituisce un patrimonio d'inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell'arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne. Il canto sacro è stato lodato sia dalla sacra Scrittura [42], sia dai Padri, sia dai romani Pontefici; costoro recentemente, a cominciare da S. Pio X, hanno sottolineato con insistenza il compito ministeriale della musica sacra nel culto divino. Perciò la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all'azione liturgica, sia dando alla preghiera un'espressione più soave e favorendo l'unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri. La Chiesa poi approva e ammette nel culto divino tutte le forme della vera arte, purché dotate delle qualità necessarie. Perciò il sacro Concilio, conservando le norme e le prescrizioni della disciplina e della tradizione ecclesiastica e considerando il fine della musica sacra, che è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli, stabilisce quanto segue.
Le caratteristiche, allora, della musica sacra possono bellamente esser apportate pure in ambito di scrittura privata. E peraltro il termine "composizione privata" non vuol dire nulla, dacché non ho mai visto una composizione pubblica e dacché ogni melodia, a partire dal Tantum ergo, è stata composta solo da un individuo. Forse, Finotti si riferisce alla questione dell'autorizzazione ecclesiastica: se così è, allora dovrebbe imparare a scrivere senza ambiguità.
  Più avanti, il prelato afferma che ormai il settore del canto è sfuggito all'autorità. Ebbene, siamo sicuri che solo il canto sia l'unico elemento anarchico? Ripeto: se il pastore della comunità è il primo anarchico, chi non lo seguirà? e chi non seguirà il suo metodo? Purtroppo, sembra che Finotti se la prenda con il soldato invece che con il comandante: del resto, la colpa di aver reso sciatto il culto a Dio è molto grave. 
  In vista, quindi, di una situazione così anarchica sembra ancora come non mai valida questo modus operandi: su questa strada si può arrivare alla situazione dell’antica gnosi, quando si fece la scelta radicale di eliminare dalla liturgia ogni composizione umana, inficiata di concetti gnostici, e di usare soltanto il salterio, quale testo sicuro per il canto liturgico. Tale situazione dopo una ulteriore riduzione di sequenze e tropi in eccesso all’epoca del Concilio Tridentino è giunta fino al Vaticano II. Sì, don Finotti non lo dice ma lo dico io: sì dobbiamo tornare a fare così, proprio come avviene per i canti che vengono eseguiti, almeno da quello che so io, dai Luterani. E' nei salmi che c'è vera dottrina e vera sapienza; è nei salmi che c'è l'uomo e che c'è Dio; è nei salmi che c'è il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro.
  Perché, allora con il Vaticano2° siamo giunti all'anarchia di oggi? Semplice, perché l'anelito alla libertà ha distrutto ogni atteggiamento normativo e cautelativo. In ambito liturgico, la libertà era solo musicale, mentre in ambito extra-liturgico trovava sfogo ogni vena compositiva e creativa (vogliamo ricordare i canti popolari?). Purtroppo, come già ho scritto più volte, abbiamo perso la distinzione fra i due momenti e abbiamo creato un unico tempo che non è né liturgico né extra-liturgico, ma forse para-liturgico.
  Ciononostante, mi trovo pienamente d'accordo con la conclusione cui perviene don Finotti:
il canto gregoriano allora non è soltanto un corpus prezioso di canti accanto ad altri generi di musica sacra, ma, secondo la mente della Chiesa latina, ne è il referente e la base interiore che deve costituire l’anima per ogni musica autenticamente sacra e liturgica. Questa formulazione molto semplice chiarisce quella grande confusione che si viene a creare con la lettura dei fumosi documenti conciliari. Ebbene, sviscerata così la verità, non ci resta altro che applicarla con la dovuta precisazione: il gregoriano non è la musica liturgica, ma il suo modello e, di conseguenza, la libertà di ci compone non è inficiata ma stimolata a fare più e meglio proprio dai doverosi paletti che le vengono imposti. Ogni libertà priva di regole è schiavitù.

lunedì 22 agosto 2011

Basta poco per cominciare. Quel conta è la volontà.

Quest'afa opprimente mi pungola, m'incita a scrivere qualcosa che da tempo ho in testa. A mio avviso, l'organo meccanico è di gran lunga superiore a quello elettrico o elettronico o digitale per vari motivi; proverò a elencarne qualcuno.
1) L'organo meccanico ha una risposta diversa e migliore al tocco delle dita. Il suono esce nel preciso istante in cui il dito sfiora il tasto e addirittura, con una buona tecnica, può essere "dosato".
2) L'organo meccanico ha meccanica eterna: i meccanismi sono sempre gli stessi; e se pur così non fosse più per certi ambiti, l'abile artigiano organaro può sempre ovviare. Grazie a Dio la meccanica è sempre quella!
Così, purtroppo, non si può dire degli altri tipi d'organo. L'elettronica e i sistemi elettrici sono tecnologie sempre in cambiamento. C'è il rischio che un ipotetico restauro del nostro organo elettrico/-onico sia seriamente compromesso; chiarisco il tutto con un esempio banale: poniamo il caso d'avere due organi, l'uno meccanico e l'altro non-meccanico (uso questa dicitura per raggruppare gli elettrici, gli elettronici e i digitali).
In caso di restauro, l'organo meccanico, per quanto distrutto, sarà sempre ricostruibile con una meccanica fedele o quasi all'originale, cosa che forse non può avvenire per il non-meccanico. Se, infatti, consideriamo i progressi della tecnica, sarà difficile avere, tra quarant'anni, gli stessi tipi di cavi elettrici, gli stessi meccanismi di funzionamento. Chissà, forse cambierà persino il voltaggio!
3) Il costo è un argomento interessante da affrontare. All'inizio, per certo, un organo meccanico è molto più costoso del resto. Ma col tempo, a conti fatti, penso proprio che convenga. Infatti, se ben mantenuto -come tutto, del resto!- e puntualmente revisionato e riparato prima d'aspettare che rovinino a terra le canne, il meccanico non ha grosse complicazioni strutturali, anzi non le ha proprio; si tratta solo di spendere poco e "spesso" (=più d'una volta) nell'arco di almeno trent'anni (N.B. le cifre che propongo sono date "a lume di naso" ossia basandomi su quanto so dei vari restauri effettuati).
Pensiamo invece a un organo non-meccanico: di spesa prolungata nel tempo abbiamo solo la manutenzione delle canne e la riparazione di qualche contatto che puntalmente si verifica; oltre a ciò bisogna aggiungere che dopo almeno una decina d'anni bisogna fare un controllo dell'apparato elettrico e in più c'è il serio rischio che, se cominciano a verificarsi sempre più contatti, bisogna rifare l'intero impianto elettrico, opera che certo non può fare il primo elettricista che capita ma una ditta specializzata. Diciamo che, se il non-meccanico si rompe e lo fa per bene, siamo spacciati!
4) Un investimento va sempre fatto bene. Che si tratti di 10.000 o di 30.000 euro, sempre di svariati quattrini si parla. Ebbene, a meno che non ce la faccia a superare varie decadi e diventi -come le automobili- d'epoca, il non-meccanico perde valore. Appena si compra e sempre. Il meccanico, invece, è un'opera artigianale e se abbiamo la fortuna di avere un organaro bravo che ci costruisca lo strumento, beh, possiamo vedere il prezzo di valore non solo essere lo stesso di quello d'acquisto, ma addirittura aumentare!

Ebbene, ora sposto la mia considerazione alle parrocchie, quelle che tutti noi frequentiamo. Non le grandi basiliche o i magnifici santuari, no; quelle piccole chiesine un po' sciatte. Ebbene, l'organo è lo strumento della liturgia, non se ne esce. Bisognerebbe che fosse presente ovunque. Purtroppo, molti parroci acquistano o il non meccanico a canne -oppure se lo ritrovano come effetto di sciagurato restauro post-Vaticano2°- o, quod Deus avertat, quello senza canne (potrebbero comprare allora due pianole della Bontempi, tanto l'effetto è quello). E questi strumenti costano! Ebbene, se i parrocchiani sapessero che quello che la loro parrocchia ha comprato non ha valore ma anzi sarà fonte di spesa, non credo che sarebbero proprio ben lieti di continuare a dare il loro obolo.
Certo, io non dico che tutto sia come ho detto. Ovviamente, se si ha a che fare con un ottimo organaro, persino il non-meccanico può comportarsi come un meccanico. Ma -e sottolineo ma- per avere un buon organaro bisogna pagare e allora siamo punto e a capo.
A mio modesto avviso, per fare un buon lavoro con poca spesa, duraturo e di valore, proporrei, per queste piccole chiese, un organo meccanico di tre registri, con un manuale di estensione di 4 ottave e mezzo (magari 5) con pedale a leggio non unito sempre al manuale. In soldoni, quello che propongo io è il classico organo italiano solo con ottava estesa sia al manuale sia al pedale, con quest'ultimo libero.  Non dico che questo modello è da seguire ovunque, affermo soltanto che fra un "cesso elettronico" e questo, è di gran lunga migliore questo. Certamente scordatevi di fare il repertorio a due manuali, però si tratterebbe pur sempre di un inizio; vero è che, a scopo liturgico, un simile organo è più che sufficiente: pensiamo che un simile organo (anzi messo peggio, ossia si tratta di quello all'italiana) è quello che è stato suonato dagli organisti del Rinascimento, del Barocco e persino del Romanticismo!
Magari, un giorno, potessimo lamentarci della costante presenza di simili organo all'interno delle parrocchie: allora, vorrebbe dire che la musica liturgica avrebbe acquisito nuova dignità!