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lunedì 2 luglio 2012

L'assurda mutazione genetica dell'Offertorio

E' da tempo che, ogniqualvolta devo scegliere un Offertorio, mi si para di fronte un dilemma: la diversità tra Offertorio pre- e Offertorio post-conciliare affonda le sue radici in qualche profonda e degnissima ragione teologica o è dovuta al fattore "idiozia umana"?
Ho controllato in Sacrosanctum Concilium e in Musicam Sacram. Sembra proprio che, ancora una volta, ci troviamo dinanzi a un monstrum partorito da un'interpretazione fantasiosa dei dettami conciliari.

Qual è, dunque, questa differenza suddetta? L'innegabile tristezza/mestizia dell'Offertorio attuale. Al 90%, infatti, vengon intonati canti dal sapore triste o quuantomeno palloso.
Eppure il momento non è tale,anzi.
L'Offertorio è tout court la cosiddetta "Preparazione dei doni", ossia "all'inizio della Liturgia eucaristica si portano all'altare i doni, che diventeranno il Corpo e il Sangue di Cristo." (OGMR n. 73). come si può, dunque, esser tristi o mesti dinanzi all'offerta? bah, io non lo so.E infatti, se prendete un qualsiasi offertorio pre-conciliare, la gioia che esso sprizza è manifesta pure ai sordi: talvolta c'è così tanto brio che è persino imbarazzante.

Due esempi.


un classico per ogni organista italiano; la gioia che sprizza è misurata e pacata, ma comunque ben percepibile sin dalla battuta d'inizio;


Non fa piangere, ok. Ma l'incipit è tristissimo e l'andamento è mesto. C'è tutto fuorché gioia. Specie nelle versioni parrocchiali.

Parlano tanto di esser gioiosi, ma quando si tratta di esserlo per davvero sono così rincoglioniti da non capirlo. 

Prima sfida dell'organista liturgico: eliminare la tristezza dall'Offertorio. Non garantisco il paradiso, ma la coerenza liturgica sì.

martedì 26 giugno 2012

Organista per passione (nel senso truce del termine)



"Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua."(Mt XVI, 24).
Questo dovrebbe essere il motto di ogni cristiano, certo è che -allo stato attuale dell'arte- trattasi del motto d'ogni organista, un'indelebile frase scritta nelle carni da umiliazioni continue e, sembra, infinite.
Anzitutto bisogna fare una premessa: chi suona l'organo in chiesa non è necessariamente organista. E non lo dico con tono sprezzante di chi studia per diventarlo. Penso, infatti, che quello che distingue un organista (musicista) da un pesta-tasti sia un solo fattore: il quid artistico.
Cos'è il quid artistico? E' la capacità di sentire la musica, di percepire un estro artistico che non sia fine a sé stesso (la vera arte serve gli altri: quando serve chi la "crea" ci troviamo dinanzi a una sega, una masturbazione, d'artista e nulla di più). Se uno ha questo quid va in tasca a tutti e riesce pure laddove non abbia una cultura musicale, con grande fatica, ma ci riuscirà.
Quando ci troviamo dinanzi a queste persone, bisogna inchinarci e render omaggio.
La realtà vuole, ahinoi, che il quid sia oggetto di soventi ricerche presso Chi l'ha visto? (il noto programma televisivo) dacché è piuttosto refrattario nel palesarsi.
Laddove manchi il suddetto quid interviene il fattore culturale a farla da padrone. E finché quest'ultimo sia ancora ben conservato, la mancanza di un artista non si avverte come pressante questione da affrontare. Un buon pesta-tasti è quello che ha una buona cultura musicale.
Ma quando manca pure la cultura musicale? Lino Banfi direbbe che sono "uccelli per diabetici" (la metafora è ovvia). Si dà il caso che la temperie culturale che si respira nella maggior parte delle sagrestie italiche sia questa. Il male è che a dar man forte all'ignoranza vengano l'arroganza e la saccenteria. Un ignorante saccente e ignorante è la peggior cosa (il suo stato di abbrutimento mentale gli fa percorrere a ritroso la catena dell'evoluzione fino a portarlo allo stato di composto chimico e stop) che un organista possa trovare. E visto che certi seminari hanno sfornato questo tipo di figure...beh, c'è da mettersi le mani nei capelli.
Le soluzioni al problema sono due: o fuggire o rimanere. Tertium non datur. 
Queste persone, in realtà, sono da compatire. Non riescono a contemplare il Bello (attributo di Dio) perché si sono fatti un idolo e se lo sono messo davanti agli occhi, un idolo chiamato ora "spirito del concilio" ora "segno dei tempo". Non sentirete mai, da queste persone, una frase come "ho sbagliato" o "potremmo fare diversamente". No, nella migliore ottica di diplomazia curiale, non si può mai sottolineare discontinuità col passato, altrimenti sarebbe sottintesto che alcune scelte sono state clamorosamente toppate.
Confesso che la via della fuga è quella più rilassante, più "giusta" verso di noi. Ma se noi ce ne andiamo, chi crescerà le nuove generazioni? che possibilità reali di cambiamento ci sono? Punte, o forse quasi nessuna. Se noi, invece, lottiamo e ingoiamo bocconi amari come il fiele possiamo sempre sperare di far migliorare la situazione a passi piccolissimi ma inevitabili. 
Il Creatore ripagherà noi poiché ci saremo così presi cura del suo gregge che, per amor di questo, non ce ne verrà altro che patimenti e dolori e, al contempo, saprà debitamente (lo spero vivamente) ripagare degnamente chi s'è creato l'idolo (le proprie irrinunciabili convinzioni personali) e se l'è messo innanzi agli occhi.
Essere santi combattenti (e non combattenti santi) sia l'imperativo di ciascun organista maltrattato, di ciascun direttore di coro cui tarpano le ali, di ciascun musicista che GRATIS spende del tempo e non ne ricava altro che malumore.


Piccola postilla conclusiva.
Alcuni miei amici mi hanno dato un consiglio prezioso: non poter fare qualcosa non deve precludervi dal non saperlo. Se al vostro parroco non va che suoniate, per esempio, Symbolum '77 ciò non vuol dire che voi non lo sappiate. Mai regolare il proprio repertorio in base all'hic et nunc. I preti, e meno male, passano, è il popolo che resta (e si spera pure noi e il nostro ricordo, e cioè pure cosa abbiamo insegnato).


Forza, dobbiamo resistere. Passerà tutto questo.

lunedì 12 settembre 2011

Una recensione a don Enrico Finotti

Cari Lettori,
voglio qui proporre una breve riflessione che trae origine dalla gentilezza di un cyber-amico (D.S.), che mi ha inviato l'articolo sottostante che condivido con Voi tutti.
Sottolineo in nero ciò che è interessante.
Sottolineo in rosso ciò che non condivido.


La musica sacra e il canto liturgico nel Vaticano II


di don Enrico Finotti



Oggi occorre ritornare alle sorgenti autentiche della riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II. Si devono però superare molti pregiudizi, invalsi negli anni postconciliari e oggi ancora persistenti, che hanno oscurato i principi basilari sui quali l’edificio liturgico rinnovato doveva poggiare.
  Su interpretazioni riduttive si è sviluppata una pastorale liturgica mancante e difforme da ciò che il Vaticano II intendeva promuovere. Anche il settore della musica sacra è certamente segnato dai danni di una scorretta e parziale applicazione dei principi ispiratori. Per questo è necessario ritornare a rileggere le inequivocabili indicazioni della Costituzione liturgica

Sacrosanctum Concilium:

n. 116: La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana: perciò, nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli sia riservato il posto principale.
Gli altri generi di Musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini Uffici, purché rispondano allo spirito dell’azione liturgica, a norma dell’art. 30.

n. 117: Si conduca a termine l’edizione tipica dei libri di canto gregoriano; anzi, si prepari un’edizione più critica dei libri già editi dopo la riforma di san Pio X. Conviene inoltre che si prepari una edizione che contenga melodie più semplici, ad uso delle chiese minori.

n. 118: Si promuova con impegno il canto popolare religioso, in modo che nei pii e sacri esercizi, come pure nelle stesse azioni liturgiche, secondo le norme e i precetti delle rubriche, possano risuonare le voci dei fedeli.

Nell’arco degli anni post-concilari possiamo osservare che, nel campo della musica e del canto sacro, si sono delineati due fenomeni ben definiti: [PARTE CORROTTA]
  E'stato fatto e continua ancora uno sforzo notevole di creazione di canti in lingua parlata per l’uso liturgico. I vari repertori ne sono eloquente testimonianza. Tuttavia, dopo un primo inizio di fedele applicazione secondo i criteri liturgici e in comunione con la Chiesa, si è intrapresa la via di una creatività continua, talvolta eccessiva, senza più considerazione dei principi liturgici e della necessaria verifica e approvazione dell’autorità della Chiesa. In tal modo sembra che oggi chiunque possa comporre musica e testi per la liturgia e ogni comunità e gruppo esegue un ventaglio incontrollabile di canti, che, sia per la palese inabilità del testo o della musica o della loro funzione rituale, sia per la mancanza di un esplicito riconoscimento e assunzione da parte dell’autorità della Chiesa, non possono dirsi propriamente liturgici. Così le celebrazioni subiscono una larga invasione quasi ovunque di testi e musiche di composizione privata, che non godono perciò della grazia specifica della liturgia e non possono quindi mirare pienamente al fine della Musica sacra, che è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli(SC 112).
  Mentre l’eucologia, il lezionario e le sequenze rituali sono ancora fissate dalla Chiesa, i canti sono per lo più alla mercé di compositori, maestri di coro, gruppi o singoli fedeli committenti. In tal modo il settore del canto non soggiace più al controllo della Chiesa, né può dirsi espressione della sua preghiera, essendo ormai diventato appannaggio di un comunità o di una spiritualità sociologicamente più o meno estesa. In questo stato di cose i fedeli rischiano di non riconoscere più quali siano i canti liturgici, propri della Chiesa, ed essere, in questo settore, travolti dai gusti e dai contenuti di alcuni, di quelli cioè che volta a volta gestiscono le liturgie. Si deve pure constatare che è prevalsa la tendenza a ‘cantare nella liturgia’ anziché ‘cantare la liturgia’. Questa scelta, infatti, offre maggior libertà creativa. E' evidente che a queste condizioni non può affermarsi e aver stabilità una raccolta valida di canti liturgici, comune al popolo di Dio nella sua globalità, né possono risuonare le voci dei fedeli (SC 118). Anche il repertorio nazionale diluisce nella concessione di poter ricorrere agli altri repertori, regionali, diocesani, parrocchiali, ecc.
  Su questa strada si può arrivare alla situazione dell’antica gnosi, quando si fece la scelta radicale di eliminare dalla liturgia ogni composizione umana, inficiata di concetti gnostici, e di usare soltanto il salterio, quale testo sicuro per il canto liturgico. Tale situazione dopo una ulteriore riduzione di sequenze e tropi in eccesso all’epoca del Concilio Tridentino è giunta fino al Vaticano II.  Vi è poi un secondo versante. Nella ‘pastorale’ liturgica postconciliare si è operata di fatto una scelta di parte: si è considerato solo il canto popolare religioso (SC 118) tacendo quasi totalmente sul canto gregoriano e sulla polifonia classica (SC 116). Anche la pubblicazione del Graduale simplex, ad uso delle chiese minori (SC 117) “allo scopo di ottenere più efficacemente una partecipazione attiva di tutto il popolo nelle sacre azioni celebrate in canto” (SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Graduale semplice ad uso delle chiese minori, 3 settembre 1967, in Enchiridion Vaticanum, EDB, vol. 2°, n. 1677), - libro liturgico di nuova creazione - non ha sortito nessun significativo e stabile ricorso all’uso del canto gregoriano nelle normali assemblee parrocchiali.
  Il silenzio sul gregoriano e la polifonia classica ha privato i riti di un patrimonio liturgico, artistico e spirituale grandioso, ha ristretto negli effimeri confini del presente e ha tagliato le radici con la tradizione dei secoli. Le nuove generazioni si sono così trovate a realizzare il prodotto recente delle ultime ‘trovate’ e il loro orizzonte è costretto all’asfissia dell’istante momentaneo e del locale. La loro stessa creatività, priva dell’ossigeno della Tradizione secolare e universale della Chiesa, ne è rattrappita e si chiude davanti a loro la possibilità di un esercizio musicale a servizio della liturgia di alto profilo artistico e di profonda spiritualità. Non può essere normale, né onorevole per la Chiesa che i giovani scoprano il gregoriano e la grande musica polifonica in ambienti profani, come in scuole e concerti, mentre il grembo originale che ha generato tale esperienza offre un livello ormai basso e sterile. La Chiesa Madre e Maestra avrebbe così perduto la sua capacita di educatrice e di guida verso le alte vette dello spirito?
  Occorre ritornare al Concilio vero e integrale. Una normale corale di parrocchia non può assolvere il suo servizio riducendo le sue prestazioni musicali all’esecuzione della solo musica d’uso in una estenuante girandola di continue variazioni. Essa deve essere capace di proporre all’assemblea cristiana il canto gregoriano nelle sue principali espressioni, sia quello sillabico della cantillatio e dei salmi, sia quello melismatico degli inni e degli altri testi liturgici. Il novus Ordo Missae è stato riformato in totale continuità con l’Ordo precedente. Infatti rimangono inalterati nel testo e nella loro posizione rituale i canti classici dell’ordinario: Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei. Essi quindi possono e devono poter essere riproposti secondo le modalità gregoriane e polifoniche di sempre. Nessuna parte del rito precedente è stata tolta, ma tutto coincide e questo perché nella mente della Chiesa non si doveva in nulla sacrificare il patrimonio musicale dei secoli codificato nel Graduale Romano, che deve essere tenuto “in sommo onore nella Chiesa per le sue meravigliose espressioni d’arte e di pietà” e deve conservare “integro il suo valore” (SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Graduale semplice ad uso delle chiese minori, 3 settembre 1967, in Enchiridion Vaticanum, EDB, vol. 2°, n. 1677). Il Graduale simplex poi offre possibilità più semplici - adatte ai vari tempi liturgici e alle principali solennità e feste e ai comuni dei Santi - per i canti del proprio: ingresso, salmo responsoriale, presentazione delle offerte, comunione. Non è necessario allora ricorrere alla forma precedente del Messale per ricuperare il canto sacro classico, ma esso è in piena conformità col Messale riformato dal Vaticano II. Questo fatto, nonostante i continui richiami del Magistero della Chiesa, è stato disatteso per decenni e ancor oggi con grande sospetto ci si apre a questa prospettiva.
  In questo più vasto orizzonte le Messe gregoriane e quelle polifoniche potranno debitamente continuare a impreziosire la celebrazione liturgica e, da loro formati, i nostri contemporanei potranno procedere ad una autentica creatività, che, fondata sui principi perenni della musica sacra - la santità, la bontà delle forme e l’universalità (Pio X, Motu proprio sulla musica sacra, n. 2) - potrà ancora produrre splendidi frutti e geniali espressioni religiose. La composizione equilibrata tra antico e moderno, dunque, deve ispirare la ricerca e la prassi liturgica, senza elidere alcuno dei due termini.
  Che nella Commemorazione di Tutti Fedeli Defunti (2 nov.) si esegua la Messa da requiem gregoriana nella sua completezza, oppure che in talune feste della Madonna si esegua la Missa cum jubilo e in altre occasioni la Missa de Angelis e in altre ancora si ricorra ad una valida Messa polifonica, non può costituire motivo di meraviglia e di contesa nella comunità cristiana. Se questo succede è perché l’interpretazione distorta del Concilio è diventata mentalità comune. Per le grandi composizioni polifoniche si dovrà tuttavia tener sempre presente il principio: “è da condannare come abuso gravissimo, che nelle funzioni ecclesiastiche la liturgia apparisca secondaria e quasi a servizio della musica, mentre la musica è semplicemente parte della liturgia e sua umile ancella” (Pio X, Motu proprio “Tra le sollecitudini” sulla musica sacra, n. 2 3). Occorre perciò che il solenne principio conciliare - “La Musica sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica, sia esprimendo più dolcemente la preghiera o favorendo l’unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri” (SC 112) - sia debitamente osservato. Ma siccome il testo liturgico (soprattutto nelle lingue volgari) potrebbe essere rivestito con una musica inadatta e anche banale, giustificata non in base alla sua qualità musicale, ma soltanto per il fatto che rispetta e assume in modo integro il testo previsto dalla liturgia, ecco che l’indicazione di S. Pio X ritorna sempre attuale: “Il canto gregoriano fu sempre considerato come il supremo modello della musica sacra, potendosi stabilire con ogni ragione la seguente legge generale: tanto una composizione per chiesa è più sacra e liturgica, quanto più grave; nell’andamento, nella ispirazione e nel sapore si accosta alla melodia gregoriana, e tanto è meno degna del tempio, quanto più da quel supremo modello si riconosce difforme”(Pio X, Motu proprio “Tra le sollecitudini” sulla musica sacra, II n. 3).
  Alla luce di queste parole il canto gregoriano allora non è soltanto un corpus prezioso di canti accanto ad altri generi di musica sacra, ma, secondo la mente della Chiesa latina, ne è il referente e la base interiore che deve costituire l’anima per ogni musica autenticamente sacra e liturgica. Dobbiamo convenire che oggi nella realtà quotidiana delle nostre parrocchie non è facile impostare questo ragionamento. Tuttavia se si vuole una vera ed efficace verifica nel campo della musica liturgica si deve serenamente affrontare quello che in realtà è il pensiero ufficiale della Chiesa e il tenore dei suoi documenti.



RIFLESSIONI

Non sono d'accordo con ogni singola parte di questo articolo, tuttavia riconosco all'autore quello spirito critico ed estetico che sembra ormai aver abbandonato la gerarchia ecclesiastica.
Cominciamo dall'inizio. Don Finotti parla di " interpretazioni riduttive" su cui "si è sviluppata una pastorale liturgica mancante e difforme da ciò che il Vaticano II intendeva promuovere. Anche il settore della musica sacra è certamente segnato dai danni di una scorretta e parziale applicazione dei principi ispiratori". E come negare l'evidenza di ciò? Forse, e qui esulo dal campo musicale che meglio mi compete, l'errore si cela dietro quel semplice binomio: pastorale liturgica. La pastorale e la liturgia non dovrebbero interagire. L'una riguarda l'uomo, l'altra Dio. Altri -la maggioranza- interpretano la liturgia come l'uomo dinanzi a Dio e quindi suscettibile di mondanità. Comunque, fatto sta che almeno dai documenti conciliari il culto risulta amministrato e regolato more antiquo, tant'è che non si parla di celebrazione versus populum o di messa obbligatoriamente in lingua volgare. Circa  la questione della colpa conciliare, riamando all'ottimo articolo del blog Traditio Liturgica. Mi basta citare un passo che esprime pure il mio pensiero: Il cosiddetto "rito di Paolo VI", invece, introduce dei principi di ordine soggettivistico - che lo si voglia ammettere o no - in nome di convenienze pastorali. Questo tende a creare un permanente sfregio al simbolo e al senso della tradizione, secondo la quale è la liturgia che cambia noi, non noi che cambiamo la liturgia.
  Torniamo allora all'articolo di don Finotti. Quand'egli si lamenta del fatto che oggi larga parte dei canti non ha approvazione ufficiale e che una simile prassi sembra esser quella consueta e doverosa, forse dovrebbe imputare la colpa del misfatto ai sacerdoti, gli stessi che sono molto attivi nell'ambito della fantasia liturgica. Per correttezza, dovrebbero essere gli organisti o i direttori di coro a eseguire un repertorio approvato, purtroppo -come già detto- molte dei brani delle nostre celebrazioni non hanno autorizzazione perché questo è stato un problema che non è stato avvertito come tale. Se poi ormai vige l'anarchia dovrebbe essere il sacerdote a dare una direttiva nel merito dalla questione, ma per fortuna non è così: data la situazione attuale, ossia l'atteggiamento di certi preti, è un bene che spesso siano i "musici" a fare di testa loro.
  Arriviamo, allora, a parlare dell'indipendenza dei musicisti e vediamo quel che dice l'Autore:  le celebrazioni subiscono una larga invasione quasi ovunque di testi e musiche di composizione privata, che non godono perciò della grazia specifica della liturgia e non possono quindi mirare pienamente al fine della Musica sacra, che è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli. Ecco, qui don Finotti ha detto una sonora corbelleria, ma bella grossa. La composizione privata non è condannata dalla Sacrosanctum Concilium; essa anzi dice al punto 112 -quello citato:
La tradizione musicale della Chiesa costituisce un patrimonio d'inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell'arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne. Il canto sacro è stato lodato sia dalla sacra Scrittura [42], sia dai Padri, sia dai romani Pontefici; costoro recentemente, a cominciare da S. Pio X, hanno sottolineato con insistenza il compito ministeriale della musica sacra nel culto divino. Perciò la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all'azione liturgica, sia dando alla preghiera un'espressione più soave e favorendo l'unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri. La Chiesa poi approva e ammette nel culto divino tutte le forme della vera arte, purché dotate delle qualità necessarie. Perciò il sacro Concilio, conservando le norme e le prescrizioni della disciplina e della tradizione ecclesiastica e considerando il fine della musica sacra, che è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli, stabilisce quanto segue.
Le caratteristiche, allora, della musica sacra possono bellamente esser apportate pure in ambito di scrittura privata. E peraltro il termine "composizione privata" non vuol dire nulla, dacché non ho mai visto una composizione pubblica e dacché ogni melodia, a partire dal Tantum ergo, è stata composta solo da un individuo. Forse, Finotti si riferisce alla questione dell'autorizzazione ecclesiastica: se così è, allora dovrebbe imparare a scrivere senza ambiguità.
  Più avanti, il prelato afferma che ormai il settore del canto è sfuggito all'autorità. Ebbene, siamo sicuri che solo il canto sia l'unico elemento anarchico? Ripeto: se il pastore della comunità è il primo anarchico, chi non lo seguirà? e chi non seguirà il suo metodo? Purtroppo, sembra che Finotti se la prenda con il soldato invece che con il comandante: del resto, la colpa di aver reso sciatto il culto a Dio è molto grave. 
  In vista, quindi, di una situazione così anarchica sembra ancora come non mai valida questo modus operandi: su questa strada si può arrivare alla situazione dell’antica gnosi, quando si fece la scelta radicale di eliminare dalla liturgia ogni composizione umana, inficiata di concetti gnostici, e di usare soltanto il salterio, quale testo sicuro per il canto liturgico. Tale situazione dopo una ulteriore riduzione di sequenze e tropi in eccesso all’epoca del Concilio Tridentino è giunta fino al Vaticano II. Sì, don Finotti non lo dice ma lo dico io: sì dobbiamo tornare a fare così, proprio come avviene per i canti che vengono eseguiti, almeno da quello che so io, dai Luterani. E' nei salmi che c'è vera dottrina e vera sapienza; è nei salmi che c'è l'uomo e che c'è Dio; è nei salmi che c'è il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro.
  Perché, allora con il Vaticano2° siamo giunti all'anarchia di oggi? Semplice, perché l'anelito alla libertà ha distrutto ogni atteggiamento normativo e cautelativo. In ambito liturgico, la libertà era solo musicale, mentre in ambito extra-liturgico trovava sfogo ogni vena compositiva e creativa (vogliamo ricordare i canti popolari?). Purtroppo, come già ho scritto più volte, abbiamo perso la distinzione fra i due momenti e abbiamo creato un unico tempo che non è né liturgico né extra-liturgico, ma forse para-liturgico.
  Ciononostante, mi trovo pienamente d'accordo con la conclusione cui perviene don Finotti:
il canto gregoriano allora non è soltanto un corpus prezioso di canti accanto ad altri generi di musica sacra, ma, secondo la mente della Chiesa latina, ne è il referente e la base interiore che deve costituire l’anima per ogni musica autenticamente sacra e liturgica. Questa formulazione molto semplice chiarisce quella grande confusione che si viene a creare con la lettura dei fumosi documenti conciliari. Ebbene, sviscerata così la verità, non ci resta altro che applicarla con la dovuta precisazione: il gregoriano non è la musica liturgica, ma il suo modello e, di conseguenza, la libertà di ci compone non è inficiata ma stimolata a fare più e meglio proprio dai doverosi paletti che le vengono imposti. Ogni libertà priva di regole è schiavitù.

domenica 3 luglio 2011

Ecce homo!

Dopo quattro ere geologiche trascorse dall'ultima volta che ho aperto il blog, ne sono capitate di cose. Così tante che non ho più ripreso a scrivere qui per molto tempo. Oggi finalmente la febbre che ho mi costringe a mettere le dita sulla tastiera per riuscire a scrivere -finalmente- qualcosa.
Nell'ultimo articolo avevo promesso aspre critiche all'organo Ciabatti della SS. Annunziata di Firenze. Così farò.
Anzitutto debbo dire che non sono molte le notizie che ho trovato riguardo al Sig. organaro Ciabatti, anzi diciamo nessuna [o, come si dice dalle mie parti, punte]: quindi sospendo il giudizio sulla sua persona per spostarlo su quella della sua (unica) opera che io conosco. Il suo organo, come già detto, si trova "accorpato" all'organo Vegezzi Bossi  in sede di consolle. Ora questo fa sì che l'organista possa suonare contemporaneamente su entrambi gli strumenti. Magari questo non era nelle intenzioni del povero Sig. Ciabatti quando ha costruito il suo strumento, ma sono portato a credere il contrario dal momento che c'è la sua firma sulla consolle mobile che accorpa il Vegezzi-Bossi e il Ciabatti. Se così è, penso proprio che si possa ben dire "c'entra quanto il culo cole Quarant'ore", espressione fiorentina che intende sottolineare l'unione immotivata di cose completamente differenti, diciamo pure agli antipodi.
Il V.B. [Vegezzi-Bossi] è strumento ceciliano, pertanto è calmo, pacato, morbido, dalle sonorità ovattate, pienamente adatto per accompagnare il coro. Invece il C. [Ciabatti] è un'organo della tradizione italiana barocca, squillante, pungente, agile.
Se dunque si voleva dare agilità e potenza di suono al V.B. posso ben dire, dal momento che ho suonato lì, che l'organaro ha fatto una scelta sbagliata. Come si sente nel mio video il cantus firmus prevale troppo sull'accompagnamento. E dire troppo è poco. Aggiungo poi che pure la sistemazione non è una delle più felici: l'organo C. è collocato in una cappella laterale proprio a ridosso di un altare [ergo la cappella non è stata sconsacrata] da cui parte un tubo in gomma che lo unisce alla consolle mobile.
Certo io non sono un organaro e nemmeno un organista diplomato, ma da quel che sentito e visto posso ben dire che l'organo doveva esser rimandato al mittente dal momento che era stato costruito per accompagnare il coro, ma data la sua potenza più che accompagnare copre. E poi, dico io, è mai possibile costruire organi settecenteschi nel terzo millennio? il problema dell'organo italiano sono la presenza di un solo manuale, l'ottava corta sulla tastiera e sulla pedaliera e  l'unione costante della pedaliera al manuale. Alla SS. Annunziata hanno già tre organi con tali caratteristiche, che bisogno c'era di fabbricare un altro simile organo?
Va be', ora smetto di inveire contro l'opera del Sig. Ciabatti anche perché gli ho dato troppa attenzione.
Prima di concludere però voglio informarvi che l'organo Paoli della Cappella dell'Annunziata è stato restaurato dall'ottimo Padre Alessandro, un mio collega di Conservatorio, che è stato così caparbio da andare contro tutto e tutti per rimettere a posto uno strumento che ormai era dato per morto. Bravo Padre Alessandro!
E con questo vi saluto augurandovi una buona giornata!

sabato 5 febbraio 2011

Organo e gregoriano: licet?

Da un po' di tempo medito su una vexata quaestio (questione complessa e controversa): l'accompagnamento organistico del gregoriano.
Anzitutto debbo fare una piccola digressione: il canto gregoriano è necessario e doveroso all'interno delle celebrazioni cattoliche. Tanti archeologi liturgici, che hanno amputato qui e là la liturgia cattolica tridentina in nome di una fantomatica purezza originaria, non si sono resi conto che il gregoriano è stato il primo canto dei Padri della Chiesa. Non si sono resi conto che il gregoriano è fratello dei canti bizantini che si riallacciano alla tradizione orientale. Non si sono resi conto che i canti orientali attali sono così vicini al gregoriano perché queste due tipologie sono imparentate (diciamocelo: non si sono resi conto di una beata mazza!).
Ebbene, stando così le cose, l'organista liturgico deve necessariamente scontrarsi con questo annoso problema dell'accompagnamento al gregoriano.
Chiariamo subito che il gregoriano puro e filologico va contro le basilari nozioni musicali del musicista moderno (p.e. non ha un tempo fisso rispettato, tutto si basa sulla metrica delle parole) e quindi dovrebbe essere impossibile accompagnarlo. Tuttavia, già da tempo il gregoriano viene scritto nelle chiavi moderne, con la notazione moderna (note e tempo) e così cresce la nostra tentazione di accompagnarlo.
Questo, allora, è quello che penso:
1) in presenza di religiosi o laici capaci (=che sappiano cantare) in sufficiente numero da poter dividersi in due voci - una per il solista e una per il responsorio- non si deve assolutamente accompagnare;
2) in presenza di religiosi o laici capaci (=che sappiano cantare) in numero scarso, far fare la voce del solista ai competenti e accompagnare una guida che diriga l'assemblea nei responsori;
3) durante le messe molto affollate, però, pur essendo presenti cantori capaci, è bene però accompagnare i responsori, perché la maggior parte dell'assemblea non li conosce e/o non sa cantare;
4) in presenza di religiosi o laici incapaci (=che non sappiano cantare) accompagnare sempre, ma con leggerezza, con registri dolci, tali da costituire una voce sussurrata che sia in grado di suggerire ma non di primeggiare.

N.B. La purezza del gregoriano primitivo non potrà mai più essere raggiunta. Chi cantava nei primi secoli dell'era cristiana aveva in mente una cultura musicale vicina a quella del modus gregoriano, perciò aveva una naturalezza d'esecuzione che noi, influenzati da secoli di storia musicale, non potremo mai più avere.
Se qualcuno la pensa di versamente accetto critiche...

lunedì 3 gennaio 2011

Quando l'emergenza diventa cosa di tutti i giorni

Salve a tutti! E' da molto tempo che non scrivo sul blog perché mi sembrava di non aver argomenti interessanti da esporre; poi, finalmente ho capito che, per quanto noiosa e strettamente personale possa risultare, la mia esperienza può essere un valido argomento.
Già avevo parlato di  Emendamento d'Emergenza e avevo anche spiegato il limite dello stato di necessità. Tuttavia, ho potuto vedere coi miei occhi che alle volte non c'è assolutamente limite!
Mi spiegherò meglio: quando scrissi il post, ero nella situazione lì descritta, eppure pensavo che le cose sarebbero cambiate; invece non è accaduto. Anzi, per un certo periodo sono stato costretto a dover rimettere nelle mani del parroco il mio incarico. Il problema non stava (potrei però usare anche il presente) in chi suonava, ma in chi avrebbe dovuto cantare: non c'era mai nessuno disponibile a farlo! Ebbene, ora qualcosa si è smosso, però i frutti li vedrò molto, molto più in là nel tempo. Tutto questo parrebbe deviare dall'argomento proprio di questo post, ma non è così, poiché sono ancora nell'emergenza: infatti, ho abolito l'accompagnamento ai canti a tempo indeterminato a causa dell'assenza di un coro e, pertanto, ho dovuto accompagnare con brani autonomi parti della Liturgia che prima erano sostenute dal canto. Debbo dire che si è aggiunto il fatto che ho cominciato a studiare al Conservatorio, che "mangia" moltissimo tempo.
Ho cercato, allora, di poter inserire i pochissimi pezzi che sto studiando per il mio maestro all'interno della Messa. All'Offertorio ora eseguo "Ich ruff zu dirr, Herr Jesu Christ" di J.B.Bach (bellissimo!) e alla Comunione -ma solo quando l'assemblea non è numerosa- il "Preambolo" n1 dei "24 pezzi in stile libero" di Vierne.
Cos'è, allora, quello che voglio dire? Che non esistono limiti all'emergenza; tutto può andare anche peggio di com'è ora. Gli organisti, anche quelli della domenica, che lo fanno per pura passione e dedizione, non si abbattano! Se anche non facciamo tutto quello che dovremmo fare, ricordiamo però che stiamo facendo, che stiamo già rendendo un servizio a Dio e agli uomini quando ci sediamo e cominciamo a suonare. La qualità verrà col tempo.
Certo, e qui concludo, qualsiasi cosa, per quanto poca e semplice possa essere, deve subito esser fatta ottimamente, altrimenti è meglio non suonare. Il mio motto è "poco ma fatto bene". Il "tanto e fatto alla carlona" lasciamolo a chi vuol apparire.

Allego qui i pezzi che ho citato:
e poi:

giovedì 15 luglio 2010

"Maestro di Cappella", prego!

Il titolo vuol essere volutamente provocatorio, ma, alle volte, bisogna anche suscitare gli animi con più forza.

Nel tedesco abbiamo il termine "Kapellmeister" che indica il direttore dei servizi musicali religiosi, in inglese esiste il "Director of Music", che ha lo stesso significato del vocabolo tedesco. Il ruolo di direttore dell'azione musicale liturgica, invero, non è quello dell'organista, tuttavia la prassi è quella di far coincidere le due figure, con notevole complicazione per il secondo: infatti, l'aspetto di direzione è sovente trascurato in chi valuta il lavoro dell'organista. Aggiungo, poi, che chi volesse fregiarsi del titolo di "Maestro di cappella" sarebbe anzitutto dipinto come un pazzo, fino a scadere nei termini più propri del turpiloquio. Tuttavia è innegabile che la maggior parte degli organisti, soprattutto quelli che non lo sono di professione, si vedono moltiplicare, anzi quadruplicare il lavoro da faccende di cui non dovrebbero esser competenti: la direzione di coro e/o altri strumenti musicali richiede una preparazione musicale che un organista tipico non possiede e deve acquisire con gran dispendio di fatiche; inoltre gli eventuali risultati discutibili vengono a costituire prove dell'inefficienza del povero organista (povero anche in senso materiale!permettetemi la boutade).

A questo proposito, vorrei soffermarmi un attimo sull'aspetto di direzione di coro. Prima di tutto bisogna fare una constatazione: se l'organista fa anche il direttore di coro, il direttore di coro fa il disoccupato. A ciascuno il suo! (si diceva un tempo). Se nelle lingue del mondo si hanno due termini per indicare due figure distinte, una ragione più che logica ci sarà: stiamo, appunto, parlando di due figure distinte, non di una che si adegua a jolly della situazione. Dirigere un coro, d'altronde, non è una passeggiata poiché avere l'orecchio per correggere le voci umane è cosa che si apprende col tempo, coll'esperienza e coll'aiuto del buon Dio!

In secondo luogo, a differenza dell'organista ( ma qui si scade nel personale), un bravo direttore di coro si rende subito conto se qualcuno può cantare o meno; l'organista, almeno nel mio caso, spera invece che col tempo...A questo punto mi tocca fare una digressione. Anche per quel che mi riguarda, io all'inizio ero sull'orrendo andante, ma poi mi sono impegnato per migliorare, e credo d'esser su una buona strada, almeno lo credo perché che mi ascolta apprezza e non mi tira ortaggi/uova. Certamente, allora, il tempo e la fiducia sono fattori fondamentali, però non bastano. Se ho del potenziale, questo risalta subito, malgrado gli aborti che possa compiere, altrimenti continuerò solo a fare aborti. Ora così è per i "cantori" parrocchiali.

Ed ecco che arriviamo a parlare delle dolenti note, appunto, i cantori parrocchiali. Costoro sono di tre tipi: i bravi, i migliorabili, gli orridi. Per uno starno scherzo della natura la scala dell'attività e della partecipazione procede dal gradino più basso per giungere a quello più alto. Come dice il mio prof.re d'armonia: "Chi è stonato, non deve cantare!". Purtroppo non è così; il più delle volte, se non ci fossero questi stonati a impegnarsi, non ci sarebbero nemmeno canti. Cosa che potrebbe esser migliore. Purtroppo sarebbe tristissima. Qualcuno dice che l'assemblea non canta perché i cantori sono stonati: frottole, balle! La gente non canta perché gli fa fatica e non vuol impegnarsi, perché se volesse seriamente preoccuparsi della cura musicale liturgica, si adorerebbe in prima persona per migliorare la situazione (mentrel'uso consueto è quello di criticare chi intanto sta facendo qualcosa e stare a vedere, sempre pronti a recriminare!).

Propongo, allora, due accorgimenti per l'annosa questione dei cantori stonati: farli cantare il meno possibile e spingerli a trovare altra gente con cui fare gruppo,un gruppo che non deve sostituirli, ma solo coprirli: a sostituzione di queste persone è sbagliata, perché andremmo a colpire gli spiriti più "impegnati" nella vita parrocchiale, col rischio di perdere, all'interno del coro, un sano spirito all'impegno volto a beneficio della liturgia.

Dopo aver affrontato, con abbastanza parole, un ambito marginale della questione dell'uso del termine "Maestro di cappella", vorrei tornare al nocciolo della questione. Le righe che precedono mostrano quanto poco di organistico ci sia nella gran parte dell'attività dell'organista liturgico, almeno nella gran parte dei casi di coloro che intendono rapportarsi al proprio compito con serietà, se, invece, l'organista, lecitamente, affidata alla cialtroneria e al disimpegno la sua non voluta carica di direttore di coro, allora il discorso non vale. La mia proposta, pertanto, è volutamente provocatoria: chiamare "Maestro di cappella" l'organista liturgico che seriamente si occupa degli uffici musicali. Così facendo, tutt'altra luce si poserà sulla figura dell'organista, troppe volte esposto a critiche che non riguardano prettamente il suo ruolo. Il nuovo appellativo, magari certificato, dovrebbe servire a porsi dinanzi ai servizi musicali liturgici in modo nuovo, perché alla nuova denominazione dovrebbe accompagnarsi una nuova figura con una nuova preparazione musicale.

Vorrei aggiungere che chi ha la fortuna (ovviamente scherzo) di cantare accompagnato da me, canta più che degnamente e si colloca fuori dalla casistica sopra esposta.

lunedì 14 giugno 2010

Considerazioni sul "Movimento ceciliano"

L'articolo sul movimento di rinnovamento musicale all'interno della liturgia vuol essere la spiegazione del retroterra culturale da cui prendeva le mosse la stesura della "Sacrosanctum concilium". Certo è che, se attualmente sono in vigore le norme di questa costituzione concialiare, bisogna pertanto conoscere il movimento suddetto. Tale situazione sarebbe necessaria qualora vi fosse un serio interessamento alla musica sacra all'interno della liturgia, ma così non è.
Infatti, l'aria nuova che veniva dal Concilio è sempre stata interpretata non come un dolce venticello che porta sollievo nella calura, ma come un vento di tempesta che dovesse spazzare tutto quanto gli si parasse contro (vale a dire il patrimonio tradizionale). Di conseguenza, gli organi sono stati o dismessi/venduti o trascurati, mentre altri strumenti più "giovanili", come chitarre, bonghi e tamburelli, hanno avuto campo libero.

Vorrei, anzitutto, soffermarmi su un dettaglio spesso trascurato. I sacerdoti, per divenire tali, entrano in seminario. I laici impegnati nella vita parrocchiale rarissimamente sono preparati in modo serio. Fra questi rientrano i "musicisti". Se la liturgia, allora, è cosa seria, se il sacerdozio è, alla luce delle moderne esegesi, cosa di tutti i fedeli perché è nel battesimo, perché allora non ha spazio una seria formazione dei laici? Perché tutto è affidato alla cialtroneria?

Come ci insegna il movimento, grande preparazione sta alla base di tutto. Il gregoriano e la polifonia rinascimentale sono fulgidi esempi da grandi stagioni musicali, e la seconda è quantomai frutto di seria applicazione. IL movimento ci insegna che la semplicità non è in quello che si esegue ma nel modo in cui si esegue. Le deboli armonie dei nostri giorni molto spesso sono accorpate a tempi che le rendono ineseguibili per un'assemblea che non le abbia mai sentito, cosa che non accade con il gregoriano, per esempio: l'ascoltatore fin dalle prime note indovinerà l'andatura del brano e, tranne qualche piccolo errore, non sbaglierà così spesso come nei pezzi di musica moderna.

E se non bastasse tutto questo (parlo per esperienza, in attesa di trovare qualche fonte scritta che confermi le mie impressioni) si aggiunga il fatto che la nostra musica sacra è di bassa, bassissima qualità. E lo dicono illustri musicisti e grandi direttori d'orchestra. Un tempo si occupava di musica chi ne sapeva, pure fra i religiosi, ora, purtroppo, chi ha vissuto la stagione delle schitarrate di gioventù all'ombra di un concilio...

Certo, i semi del CVII devono vedersi nella chiara volontà di maggior partecipazione da parte dei fedeli e dei laici all'interno della liturgia, ma questo non è di nostra competenza. Questa scelta, peraltro, ha determinato la perdita del primato conferito all'organo, ormai "incalzato" dalle corali. Lo strumento allora diviene sempre di più d'accompagnamento e non "principe" della liturgia.

In base a ciò, quindi, dobbiamo riflettere noi moderni. La costituzione di un genere di musica sacra è finalità lampante che emerge dai documenti presentati a suo tempo su questo blog: ne deriva che la maggior parte della nostra musica "sacra" è totalmente da rifiutare, perché esula da quelle caratteristiche che la renderebbero tale. Finché continueremo sulla vecchia strada, non faremo altro che musica, nulla di più.
In primo luogo, per evitare in avvenire i problemi che noi ora dobbiamo affrontare, sarebbe opportuno metter per iscritto le caratteristiche tecniche che debbono avere gli strumenti da musica sacra, certo facendo riferimenti legati non al contingente, altrimenti nel futuro avremo un canone di strumenti (cosa che condannerebbe i suddetti a morte certa, poichè vincolati solo all'ambito liturgico); bisognerebbe stilare una lista di caratteristiche (come il divieto di strumenti elettrici o a corde) tali da non richiedere un Azzeccagarbugli per esser comprese anche dal più sempliciotto.
In secondo luogo sarebbe cosa ottima che le diocesi prendessero l'incarico di formare gli organisti, cosa fatta in modo serio e da docenti preparati, non dal primo fraticello che accompagna il gregoriano alla tastiera elettrica. Dovrebbe esser un compito della diocesi poichè, all'inizio, gli organisti ben preparati potrebbero esser inferiori, logicamente, al numero delle parrocchie. Devo, però, a questo punto fare un passo indietro. Un organista a parrocchia significherebbe che tutti i sacerdoti sarebbero ben disposti a che fosse suonato questo benedettissimo organo, ma sappiamo bene dalla realtà che non è così. E', dunque, compito del vescovo che si attui questa riforma musicale, che oserei appellare "Neo-ceciliana". Gli abusi sono troppi e solo l'autorità può metter fine alla grande anarchia.
In terzo luogo, sarebbe opportuno che ottimi docenti di materie musicali potessero insegnare nei seminari che , negli stessi, l'aspetto musicale della liturgia non fosse considerato come mero apparato ma parte integrante di un complesso liturgico. Solo quando i singoli sacerdoti potranno gustare la bellezza di una vera musica sacra (che non obbliga all'utilizzo del solo organo) allora potremmo assistere alla tanto attesa riforma "neoceciliana". L'educazione al bello non è indottrinamento, ma compito del docente. "Non è bello ciò che bello, ma è bello ciò che piace": così recita l'adagio popolare, ma non dice che, per questo, chi ha le possibilità non deve conoscere le motivazioni per cui una tal cosa è considerata bella. Quando sarà stato colto il concetto dietro le cose, allora ci sarà una seria riflessione.

Questi soli tre punti, ne sono convinto, potrebbero riuscire a cambiare grandemente le cose, e certamente la liturgia cattolica ne riacquisterebbe di pregio, quel pregio che ormai sembra sempre più scadere verso il basso.

domenica 6 giugno 2010

Breve storia del "Movimento ceciliano"

Vorrei cominciare questo breve excursus storico facendo un brevissimo preambolo. Il contenuto qui fornito sarà a carattere più divulgatico che scientifico, per due motivi: anzitutto non è la sede adatta per dilungargi in chiacchiere da tecnici (questo blog vuol volare basso ma lontano!),poi non possiedo, lo ammetto, la conoscenza che può avere uno storico della musica. Pertanto, qualsiasi aggiunta, correzione, suggerimento per meglio chiarire certi passaggi son ben accetti!

Il "movimento cecicilano" viene spesso definito anche come "rivoluzione ceciliana": perché? Semplicemente, perché dopo il suo avvento niente sarà più lo stesso nel panorama musicale della Chiesa cattolica. Oso: nel movimento già si avvertono certe tendenze che approderanno alla volontà riformatrice del Concilio Vaticano II, come, ad esempio, la spinta al coinvolgimento dei fedeli all'interno della liturgia, il ritorno "alle origini" [che, a differenza del Concilio, non si trasformò in archeologismo] etc. Il movimento voleva che nelle celebrazioni avessero nuovo spazio e splendore il canto gregoriano e la polifonia rinascimentale, ormai assenti dalla scena da ben quasi due secoli (il movimento nasce a cavallo tra '8-'900), due secoli diventati dominio assoluto della musica operistica.

Vorrei fare un passo indietro. La musica operistica, mi sia consentito il paragone, era la nostra musica pop/rock: era l'invenzione del secolo XVII, forse una di quelle più amate. Per rinnovare il repertorio, per attirare su di loro la attenzioni e la fama, gli organisti del tempo, spinti per certo dalla volontà di coinvolgere maggiormente i fedeli, si attivarono subito per introdurre sempre di più la musica operistica all'interno delle celebrazioni liturgiche. E dietro ad essi vennero gli organari: per questo troviamo registri "da concerto" negli organi ottocenteschi.

Naturalmente una situazione di tal genere rischiava di degenerare nella copiatura spiccicata delle musiche delle opere o di quelle da ballo [entrambe figlie dei medesimi genitori], e infatti così avvenne. Riporto quanto dice Marco Ruggeri sul periodo "operistico" della musica organistica (vedi www.organisti.it):"Oppure, peggio (perché non in concerto, ma all’interno di una Messa), ecco quel che succedeva nel 1889 in una ordinaria funzione domenicale a Venezia nella chiesa di S. Cassiano, ove lo stile e le forme bandistiche avevano veramente invaso il tempio cristiano:

…l'organista, «quantunque mostrasse agilità e pratica, avea scambiato l'organo per un pianoforte, e la chiesa per una sala da ballo. Al Vangelo: Polka, all'Offertorio: Marcia ed assolo di ottavino, all'Elevazione: Marcia funebre o trionfale con tromboncino obbligato, alla Comunione: Polka, quasi Galoppo»
".

Se, dunque, la Chiesa si era piegata ai dettami della moda messi in musica dall'organista sino al calare del secolo XVIII, oramai il clero di più alta caratura intellettuale avverte la sostanziale estraneità di tale prassi organistico-musicale col senso della liturgia cattolica. Ed insieme al clero se ne rende conto tutto quel gruppo di organisti che praticava la musica sacra con impegno e studio critico ( e devozione?). Basterà qui ricordare, per riassumere il movimento ceciliano, i nomi di Tebaldini, Perosi e Papa Pio X.

In risposta al disagio e al cattivo gusto causato dalla musica sacra nei fautori del movimento, essi proposero il ritorno al gregoriano e alla polifonia rinascimentale, con il conseguente "scadimento" di ruolo dell'organo. Lo strumento musicale non sarebbe più risultato il protagonista della liturgia, avrebbe solo accompagnato il tutto e, anche quando avrebbe dovuto suonare senza il canto di accompagnamento, pure allora avrebbe dovuto non pavoneggiarsi. Da tutto questo risultava inutile (e pericolosamente tentatrice) la numerosa serie di registri da concerto, ormai diffusi quasi su ogni strumento di rilievo.

Al grido di aiuto, pertanto, gli organari risposero prontamente. I nuovi strumenti non avevano più la "banda turca" od i "campanelli", niente di tutto ciò! Ora era tempo dei fondi e dei registri violeggianti. In aggiunta a ciò, come ottimamente dice Marco Ruggeri, si andò affermando il concetto di produzione in serie, di fabbrica d'organi, in sostituzione all'idea dell'organo quale opera unica frutto delle botteghe artigiane. E questa modernità si fa largo a colpi di machete nella selva degli organi italiani. Strumenti pregiati sia del passato (Tardo rinascimento e barocco) sia del tempo moderno (secolo XiX) venivano distrutti, subivano il cambiamento di meccanica ( da manuale a pneumatica o elettrica), subivano la cancellazione di intere file di registri, subivano la sostituzione delle canne con alcune nuove fatte di leghe differenti. Pochi strumenti si salvarono. Sì, dico si salvarono, perchè una diversa prassi musicale poteva prender le mosse dalle esecuzioni degli organisti e non dalle profonde alterazioni inflitte agli strumenti da parte degli organari. Organari che in questo periodo, se cavalcarono l'onda della riforma, divennero celeberrimi, come Tamburini, Mascioni e Vegezzi Bossi.

Come farà ogni movimento nel secolo XX, così quello ceciliano si darà un "manifesto": il Motu Proprio "Tra le sollicetudini" di Pio X. Certamente, chiamare manifesto questo documento è un po' azzardato, un po' anacronistico (il primo vero manifesto, quello del futurismo, è del '14, mentre il documento in questione è del 1903) ma ben rende l'idea di carta costitutiva di una linea teorico-musicale. Invero, bisogna altresì riconoscere che le idee avevano gà del tempo alle loro spalle e, pertanto, il Motu proprio ha una singolare natura: carta costitutiva del movimento ceciliano e sua sintesi finale. La nascita e la maturazione al medesimo momento.

Abbimo, infine, già visto gli effetti della mentalità ottocentesca sottesa al suddetto Motu proprio: il passato non ha ragion sufficiente, tutto viene modificato in base ai nuovi dettami liturgico-musicali, ed anche splendide opere (addirittura rinascimentali) vengono sventrate (il verbo non è casuale: tra '8-'900 assistiamo ai grandi sventramenti architettonici delle maggiori città europee).

Ne conseguì che poco patrimonio storico si salvò e che la "caccia alle streghe" -gli organi non ceciliani- produsse, a lungo andare una reazione di rigetto da parte degli organisti. Se, infatti, la riforma avrebbe potuto essere attuata in maniera più morbida (infatti, avrebbe potuto cambiare solo il repertorio degli organisti, senza la manomissione degli strumenti già esistenti), questo non avvenne forse per scarsa empatia fra organisti e riformatori. Non dimentichiamo, poi, un fattore importante: nel nostro angolo di mondo l'organo è quasi esclusivamente strumento liturgico, mentre nei paesi del Nord è anche profano (ometto volontariamente l'esperienza dell'organo suonato ai banchetti od alle feste dell'alta aristocrazia per la scarsa incisività che ebbero tali esecuzioni all'interno del panorama musicale). Pertanto, era logico che l'estro cretivo dell'organista avesse le ali tarpate all'interno della sola liturgia e che avesse tentato di spiccare il volo rivolgendosi alla musica mondana. Vorrei, quindi, osare dedurre una conseguenza di questo movimento ceciliano: che fra musica sacra e profana è doverosa la differna e che è altrettanto doveroso che si diffonda, per evitare strane contaminazioni, anche un uso extr-liturgico dell'organo. Se, infatti, lo strumento viene già sfruttato per musica di piacere e il pubblico ne trae godimento, allora l'assemblea dei fedeli riuniti a messa non potrà pretendere un uso para-liturgico dello strumento!

Quando, pertanto, nasce il disagio di alcuni dinanzi all'ottusità di certe manomissioni, necessariamente l'aria che tira è cambiata. Nel '39 già in Italia si ha la legge sul vincolo normativo per i beni storico-artistici: la carneficina d'organi era ora assai frenata. E in questi anni ('20-'30) assistiamo alla nascita del cosiddetto "movimento organistico", un filone di pensiero che mirava al resturo più filologico possibile degli strumenti storici.

Queste poche righe vogliono essere un breve excursus storico per meglio capire l'azione del movimento ceciliano, sulla cui portata ed attualità bisognerà ancora parlare. La storia, di per sé, non risponde a certi interrogativi.

lunedì 31 maggio 2010

Ripartire dall'inizio (atto III)

Con quest'articolo voglio terminare la riflessione sul documento cardine del Concilio Vaticano II, la Sacrosanctum Concilium. Leggiamo:

Missione dei compositori

121. I musicisti animati da spirito cristiano comprendano di essere chiamati a coltivare la musica sacra e ad accrescere il suo patrimonio. Compongano melodie che abbiano le caratteristiche della vera musica sacra; che possano essere cantate non solo dalle maggiori « scholae cantorum », ma che convengano anche alle « scholae » minori, e che favoriscano la partecipazione attiva di tutta l'assemblea dei fedeli. I testi destinati al canto sacro siano conformi alla dottrina cattolica, anzi siano presi di preferenza dalla sacra Scrittura e dalle fonti liturgiche.


Anche in questo caso dobbiamo, purtroppo, constatare che la brevità del documento è andata, scusate la rima, a nocumento della materia: infatti, quali sono le caratteristiche della vera musica sacra? E poi, che vuol dire I testi destinati al canto sacro siano conformi alla dottrina cattolica, anzi siano presi di preferenza dalla sacra Scrittura e dalle fonti liturgiche, se la stessa Scrittura è comune a Ebrei, Ortodossi, Luterani, Calvinisti, Anabattisti etc.?
Per quanto concerne l'ultimo interrogativo, sono andato a consultare il testo originale, quello in latino. Volevo vedere se quell'"anzi" fosse stato un banale errore di traduzione. E infatti non lo è. Alla luce di tale minuscola parola, dobbiamo allora riflettere in modo più profondo. Si vuol superare la cattolicità per raggiungere la cristianità? oppure si afferma che la cattolicità è già presente nelle Scritture?

Per quel che vedo io, tutt' e due le domande trovano una risposta positiva. E' innegabile la presenza di canti e musiche, ai giorni nostri, che fanno parte non della nostra tradizione, bensì di quella di altri popoli. Si va dal repertorio delle chiese nere d'America fino a canti ebraici. Inoltre, i canti "più sentiti" prendono le mosse da parafrasi -più o meno libere- della Scrittura.

Tutto questo è molto bello perché permette di aprirsi al mondo, tuttavia è inadatto a certi momenti. Un esempio: non ci sarebbe nulla di male a eseguire un repertorio vasto (dai canti blues agli inni ortodossi) magari ad una celebrazione internazionale, ad un convegno ecumenico, alla GMG. Ma la Santa Messa di tutte le domeniche celebrata nel paesino più sperduto dell'Appennino Centrale come può essere animata dai canti zulù? come può? E' logico e antropologicamente più corretto che le singole comunità non si vergognino a coltivare un proprio modus cantandi , un modus che affonda le sue radici nel patrimonio culturale dei singoli gruppi. E' per questo motivo, allora, che il punto 119, quello sulle missioni, vale per tutto l'Orbe! Come in Amazzonia così in riva al Tirreno ogni comunità ha prodotto una propria tradizione, che, solo per il motivo d'esser giunta ai nostri giorni, merita tutto il rispetto possibile.

Tornando, dunque, a parlare più strettamente del punto 120, la composizione, allora non possiamo non renderci conto che quanto consigliato non è molto applicato. Non esiste più la musica sacra, non esiste un ruolo forte della dottrina cattolica (quante volte si sentono sacerdoti cattolici che abbracciano posizioni dei riformati!), e in conseguenza della mancanza di questi due pilastri, la musica da chiesa degrada verso il basso, tanto che ormai è un vero caos.

Mi si permetta un accenno polemico. Chi ha curato il recente "repertorio nazionale canti per la liturgia" -vedi link http://www.elledici.org/it/libreria/dettaglio.php?AREA=elledici&CODICE=04294 -, non ha mai suonato l'organo. Dico questo perchè il volume organistico ha un formato A4, mentre il formato classico organistico è Album -un A4 rovesiato- poichè gli organi storici, per la gran parte, hanno un leggio basso. Visto che in Italia abbiamo uno splendido e vasto patrimonio di organi storici, anche il più stolto degli stolti avrebbe certamente compreso che il formato Album non solo era più "classico", ma anche più logico!

Messe da parte le polemiche, arriviamo a parlare del caos musicale, in riferimento alla composizione. Tutti, ne sono convinto, si saranno resi conto che la gran parte dei canti maggiormente eseguiti nelle parrocchie italiane ha un andamento, un ritmo e un gusto per certe sonorità che vanno dagli anni '70 agli anni '80, passando per la copia spudorata di qualche melodia celebre "mondana" -pop, rock, etc.. Tranne l'opera di Mons. Frisina (che deve esser rispettato,anche se non piace, in virtù della sua preparazione), questo è quello che gli organisti perlopiù devono suonare.
E' lampante, allora, che chi compone appartiene ad una certa stagione e non vuol andar avanti. Per assurdo, i progressisti sono i più conservatori. Senza le sonorità ed i testi che essi promuovono, la Chiesa, pensano e gridano, tornerà nel più buio Medio Evo!

Secondo me, invece, non accetano di invecchiare e che tutto passa, si modifica, malgrado il nostro volere. La loro contrarietà ha alla base anche il fatto che, se si prendesse in esame un'altra rotta per la musica sacra, vedremmo quanto poco si è fatto sino ad oggi, quanto tanto si è fatto per distruggere ciò che avevamo. Non abbiamo ristrutturato il Tempio, l'abbiamo raso al suolo pensando che la nostra costruzione risultasse più bella solo eliminando quella precedente.
In realtà, abbiamo edificato solo stamberghe fatiscenti, belle, forse, solo quando furon tirate su.

Dobbiamo, allora, insistere sulla preparazione musicale e storico-musicale dei nuovi compositori; dobbiamo valorizzare il nuovo e il vecchio con sentimento di restauratore e non di palazzinaro; dobbiamo impegnarci nella serietà in ciò che facciamo, e non nella serità di ciò che facciamo. Già con questo piccolo cambio di prospettiva, l'individuo si rende conto della natura -più o meno bella- della musica che va fare.

domenica 30 maggio 2010

Ripartire dall'inizio (atto II)

Rileggendo il precedente post, mi è sembrato che l'argomento sia stato impostato bene ma affrontato peggio. Manca un approfondimento dei punti 2 e 3 della "Sacrocanctum Concilium".
Al punto 2) si caldeggia, nella Chiesa latina, il primato dell'organo a canne, tuttavia si ammette anche l'utilizzo di altri strumenti "purché siano adatti all'uso sacro o vi si possano adattare, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente l'edificazione dei fedeli".M a che significa l'espressione direttamente citata dal testo? O nulla o qualcosa che stride col senso comune di musica di chiesa. Se ammettessimo la prima opzione, peccheremmo di presunzione: ogni singola parola di questo documento è stata frutto di accese discussioni e molto sudore. Quindi, bisogna ammettere la giustezza della seconda possibilità: i Padri Conciliari pensavano che non tutti gli strumenti fossero adatti!

Appurato questo fatto dobbiamo interrogarci su quali strumenti siano inadatti. Il Concilio fu ben attento a non stilare un lista di "strumenti proibiti": ogni epoca, infatti, uccide strumenti e ne produce di nuovi. Purtroppo, lo stesso Concilio, in queste poche parole, risulta un po' troppo generico per chi volesse seriamente applicarne i dettami e allora l'unica pietra di paragone diviene il gusto del sacerdote. Perchè la chitarra dovrebbe essere meno adatta dell'organo? Perchè non potrebbe esser suonato il tamburello?
A mio modestissimo avviso non possiamo risolvere il problema basandosi solo su queste magre parole. Ciò che è dato per scontato, infatti, è stato dimenticato e ora bisogna tentare di ritrovarlo.

Alla base di questo articolo della Costituzione Conciliare v'è la cosiddetta "riforma ceciliana" - della quale parlerò meglio in seguito - nata molto tempo prima del Concilio medesimo. E' solo se facciamo riferimento ai dettami di questa "riforma" che, allora, possiamo comprendere e attuare quanto sopra prescritto.
Questo movimento di rinnovamento musicale voleva riportare la polifonia rinascimentale ed il gregoriano nuovamente in chiesa e voleva, al contempo, che l'assemblea partecipasse col canto, in risposta a due secoli di musica operistica padrona della Santa Messa, un genere che, per sua natura, estrometteva i fedeli e faceva pensare al "mondo" piuttosto che al "cielo".

Se facciamo il paragone con la situazione odierna, scopriamo che anche noi dobbiamo attuare tale riforma: la musica operistica un tempo, infatti, rappresentava la musica mondana, quella del divertimento serale, dei momenti di ritrovo, e tale è la natura prevalente della musica che viene eseguita, oggigiorno, nei luoghi sacri. Quello che manca è una musica che non sia mondana, una musica che vive solo nell'ambito della chiesa. Un genere del genere rappresenta un isolamento non dal mondo, ma dal "mondo", ossia tutte quelle passioni che dovrebbero fermarsi sul sagrato del luogo sacro.

Vedo che anche questo post risulta piuttosto lungo, per questo motivo rimando un più serio esame del punto 3) del documento conciliare ad altro tempo.

sabato 29 maggio 2010

Ripartire dall'inizio

La musica sacra nelle missioni

119. In alcune regioni, specialmente nelle missioni, si trovano popoli con una propria tradizione musicale, la quale ha grande importanza nella loro vita religiosa e sociale. A questa musica si dia il dovuto riconoscimento e il posto conveniente tanto nell'educazione del senso religioso di quei popoli, quanto nell'adattare il culto alla loro indole, a norma degli articoli 39 e 40. Perciò, nella formazione musicale dei missionari si procuri diligentemente che, per quanto è possibile, essi siano in grado di promuovere la musica tradizionale di quei popoli, tanto nelle scuole, quanto nelle azioni sacre.

L'organo e gli strumenti musicali

120. Nella Chiesa latina si abbia in grande onore l'organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti. Altri strumenti, poi, si possono ammettere nel culto divino, a giudizio e con il consenso della competente autorità ecclesiastica territoriale, a norma degli articoli 22-2, 37 e 40, purché siano adatti all'uso sacro o vi si possano adattare, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente l'edificazione dei fedeli.

Missione dei compositori

121. I musicisti animati da spirito cristiano comprendano di essere chiamati a coltivare la musica sacra e ad accrescere il suo patrimonio. Compongano melodie che abbiano le caratteristiche della vera musica sacra; che possano essere cantate non solo dalle maggiori « scholae cantorum », ma che convengano anche alle « scholae » minori, e che favoriscano la partecipazione attiva di tutta l'assemblea dei fedeli. I testi destinati al canto sacro siano conformi alla dottrina cattolica, anzi siano presi di preferenza dalla sacra Scrittura e dalle fonti liturgiche.


Il testo qui proposto proviene dalla "Sacrosanctum Conculium", la costituzione conciliare della riforma liturgica della Chiesa Cattolica Romana alla luce del Vaticano II.
La citazione prende le mosse da un riferimento alla musica nelle missioni. Perché? Perchè, a mio avviso, il nocciolo del problema musical-liturgico che investe il nostro tempo è qui esposto. Si dice, infatti, che in alcune regioni la tradizione musicale, per quanto possa aver accompagnato altre liturgie, è connaturata quasi al sentimento religioso e pertanto si consiglia, per meglio evangelizzare, il rispetto e la valorizzazione di questo patrimonio. Ora, se ciò vale per l'amerindio o il polinesiano, quale motivo vieta che il discorso possa applicarsi anche al nostro settore di mondo? Penso nessun motivo! Con questo, non voglio dire che bisogna continuare in perpetuo a cantare i canti d'un tempo, affermo solo che bisogna afferrarne il rapporto che essi avevano con la società. Solo così facendo potremo veramente fare musica sacra, altrimenti faremo solo musica in luoghi sacri.

Tanto è vero questo discorso che al punto successivo i Padri Conciliari affermano:"Nella Chiesa latina si abbia in grande onore l'organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti". Anch'essi, dunque, erano del parere che il fine della musica è l'elevazione. Come possiamo mai elevarci se ascoltiamo una bella musica ritmata, un giro d'accordi da sballo, un pezzo che ricorda tanto quella canzone che si è ballato la sera prima? Non possiamo rifugiarci nella scusa della semplicità ("bisogna far le cose in modo semplice,vicino alla gente!). Non c'è nulla di male a offrire al proprio Dio la miglior preparazione musicale, le migliori pagine di musica; L'ostentazione di semplicità, che si colora quasi di ridicolo, soffoca il giusto monito all'austerità. Quello che manca da troppo tempo alle parrocchie cattoliche non è un coro di 45 elementi che canti tutta la polifonia Tardo-rinascimentale: quello che manca è gente che sappia leggere uno spartito e abbia voglia di fare altro all'infuori del Gen (Rosso o Verde), senza per questo dover impegnarsi nella "Missa Papae Marcelli" del da Palestrina.

"I testi destinati al canto sacro siano conformi alla dottrina cattolica, anzi siano presi di preferenza dalla sacra Scrittura e dalle fonti liturgiche". Così parlano i Padri Conciliari. Ma con il senno di poi possiamo ben dire che il concilio è rimasto inascoltato. Pochi sono i canti che risultano essere trasposizioni -magari leggermente ritoccate- di testi sacri. Quanti sono, invece, i canti che prendono dalle Scritture solo qualche parola (mare, amore, deserto, locusta, barca) per inserirla in un contesto assolutamente diverso, profondamente alterato!

Spero che la lettura di questo post possa far riflettere qualcuno, tanto da spingerlo a scrivere un commento. Anche le critiche vanno bene, l'importante è la partecipazione!