giovedì 24 giugno 2010

Wachet auf, ruft uns die Stimme (BWV 645)




Un ottimo brano suggeritomi dal sacerdote della mia parrocchia (il quale, con l'occasione, ringrazio). Buona esecuzione, peccato il rumore di fondo del filmato.

mercoledì 23 giugno 2010

Bach e Zipoli: per non cadere in contraddizione

Bach e Zipoli sono i primi due nomi che mi sono venuti per rappresentare ambiti diversi della musica sacra: il primo rappresenta il vertice mondiale della musica e della musica sacra riformata, il secondo è un ottimo compositore legato al mondo cattolico. Non me ne voglia il mio amato Zipoli, ma qualsiasi personaggio deve cedere a Bach. I personaggi qui evocati mi servono per rispondere ad una domanda che mi è nata in modo spontaneo: E' lecito suonare musica non cattolica all'interno di celebrazioni cattoliche?

Nell'osservare la domanda già mi rendo conto di un primo errore: musica cattolica. La musica non è un fedele, né tantomeno una confessione; è come la matematica: universale. Certo è che rischierei di cadere in contraddizione con le mie convinzioni filo-tradizionalistiche e, di conseguenza, con gli articoli qui pubblicati se non riesco a formulare una distinzione, una regola per cui alcuni passano e altri restano.

Anzitutto mi soffermerei sul criterio di Musica sacra: si accettano, di preferenza, solo composizioni di musica sacra, sia essa cattolica o meno. Sussistono, però, alcune eccezioni, tutte di due specie: il rifiuto di musica sacra e l'accettazione di musica non sacra. Il primo potrebbe esser motivato dall'eccessiva "lontananza" col sentimento musicale del luogo. La vecchia Europa non può guardare all'America o all'India, ché la cultura musicale tradizionale è troppo distante.Il secondo caso, l'accettazione di musica non sacra, potrebbe avvenire per più motivi: particolare espressività del brano, evidente affinità col gusto musicale della tradizione, chiaro linguaggio classico etc. Certamente, le eccezioni di secondo tipo troveranno il loro luogo in momenti non centrali delle celebrazioni, altrimenti non manterrebbero l'eccezionalità della loro esecuzione.

Successivamente, ma in realtà al pari del primo criterio, porrei l'attenzione sulla tipologia di linguaggio del brano: il barocco o la classica sono ormai patrimonio universale, già così non è per la musica rinascimentale. Dobbiamo interrogarci: risalire a prima del barocco e a dopo il classicismo (anche nelle sue fasi emulative) è possibile? A mio modesto avviso sì, ma con sempre notevole cura.
I disastri del romanticismo sono sotto gli occhi di tutti: occorrerà, pertanto, saper scegliere molto bene e con molto "cervello", senza farsi trascinare da quel cuore che i romantici sanno sapientemente manipolare! Per tutto quel che è prima del barocco invece bisogna operare, a mio avviso, con metodo opposto, ossia affidarsi solo al cuore. Un recupero di musica antica fatto all'insegna di un vano sforzo intellettuale poco produce quando la materia non è di molta qualità. Cosa che vale sempre, e non solo nel suddetto contesto. E la musica del Rinascimento, con le sue differenti armonie, talvolta è lontana dal nostro sentimento musicale, affinato a ben altre caratteristiche. Pertanto, non è vero che tutto quello che ci viene dal passato è "bello" - mi si passi il termine- per le nostre orecchie.

In terzo luogo, come criterio per la scelta di autori non cattolici, porrei l'assoluta e tassativa esclusione delle composizioni corali , ad eccezione delle partiture, solo se queste sono sufficientemente ricche da aver ragione sufficiente anche se non accompagnate da coro. Il motivo di tale netto rifiuto a canti estranei alla tradizione cattolica è che, se la musica è universale, non così sono le parole. E' assolutamente sciocco e ottusamente lobotomizzante eseguire, per esempio, canti della tradizione africana quando non ci sono né africani a cantare né se ne capisce le parole. Qualcuno potrebbe obbietare che pure il latino dei canti tradizionali ai più è incomprensibile. Certo, non tutti capiscono il latino, ma questo, a differenza dei canti bantu, ha solo 2000 anni di storia all'interno della Chiesa! [e poi il latino ecclesiastico è quasi comprensibile da tutti, e ve lo dice uno che traduce greco e latino classico]. Aggiungo poi che il recupero di canti ortodossi nella liturgia "c'entra come il cavolo a merenda": si tratta di una vano archeologismo liturgico che è completamente slegato dal sentire comune musicale (più del così tanto vituperato gregoriano, che è figlio della tradizione bizantina e dunque parente strettissimo di tali canti).

In ultimo luogo vorrei dire che tutto quello che mi son permesso di escludere non è brutto, è solo inadatto alle celebrazioni cattoliche. Non so se in ambito riformato facciano alla stessa maniera, ma, per quel che ne so io, la situazione è diversa: ora siamo passati ad una completa replica delle armonie mondane all'interno delle funzioni. Aspetto repliche da parte di persone più competenti di me in questo settore. So per cero, invece, che questo dobbiamo apprendere, dal mondo dei riformati, ossia che l'organo è strumento musicale anzitutto, e successivamente liturgico per tradizione. Io sono a favore, proprio per evitare di dover fare scelte come quelle suindicate, di un uso extraliturgico dello strumento, dimodoché all'interno delle messe si faccia quello che è proprio della Messa, senza che l'animo dell'organista soffra molto per la poca visibilità poiché può mostrare la propria bravura in un contesto diverso (cosa che ora fa molto poco, legato come è solo all'occasione della celebrazione).

lunedì 14 giugno 2010

Considerazioni sul "Movimento ceciliano"

L'articolo sul movimento di rinnovamento musicale all'interno della liturgia vuol essere la spiegazione del retroterra culturale da cui prendeva le mosse la stesura della "Sacrosanctum concilium". Certo è che, se attualmente sono in vigore le norme di questa costituzione concialiare, bisogna pertanto conoscere il movimento suddetto. Tale situazione sarebbe necessaria qualora vi fosse un serio interessamento alla musica sacra all'interno della liturgia, ma così non è.
Infatti, l'aria nuova che veniva dal Concilio è sempre stata interpretata non come un dolce venticello che porta sollievo nella calura, ma come un vento di tempesta che dovesse spazzare tutto quanto gli si parasse contro (vale a dire il patrimonio tradizionale). Di conseguenza, gli organi sono stati o dismessi/venduti o trascurati, mentre altri strumenti più "giovanili", come chitarre, bonghi e tamburelli, hanno avuto campo libero.

Vorrei, anzitutto, soffermarmi su un dettaglio spesso trascurato. I sacerdoti, per divenire tali, entrano in seminario. I laici impegnati nella vita parrocchiale rarissimamente sono preparati in modo serio. Fra questi rientrano i "musicisti". Se la liturgia, allora, è cosa seria, se il sacerdozio è, alla luce delle moderne esegesi, cosa di tutti i fedeli perché è nel battesimo, perché allora non ha spazio una seria formazione dei laici? Perché tutto è affidato alla cialtroneria?

Come ci insegna il movimento, grande preparazione sta alla base di tutto. Il gregoriano e la polifonia rinascimentale sono fulgidi esempi da grandi stagioni musicali, e la seconda è quantomai frutto di seria applicazione. IL movimento ci insegna che la semplicità non è in quello che si esegue ma nel modo in cui si esegue. Le deboli armonie dei nostri giorni molto spesso sono accorpate a tempi che le rendono ineseguibili per un'assemblea che non le abbia mai sentito, cosa che non accade con il gregoriano, per esempio: l'ascoltatore fin dalle prime note indovinerà l'andatura del brano e, tranne qualche piccolo errore, non sbaglierà così spesso come nei pezzi di musica moderna.

E se non bastasse tutto questo (parlo per esperienza, in attesa di trovare qualche fonte scritta che confermi le mie impressioni) si aggiunga il fatto che la nostra musica sacra è di bassa, bassissima qualità. E lo dicono illustri musicisti e grandi direttori d'orchestra. Un tempo si occupava di musica chi ne sapeva, pure fra i religiosi, ora, purtroppo, chi ha vissuto la stagione delle schitarrate di gioventù all'ombra di un concilio...

Certo, i semi del CVII devono vedersi nella chiara volontà di maggior partecipazione da parte dei fedeli e dei laici all'interno della liturgia, ma questo non è di nostra competenza. Questa scelta, peraltro, ha determinato la perdita del primato conferito all'organo, ormai "incalzato" dalle corali. Lo strumento allora diviene sempre di più d'accompagnamento e non "principe" della liturgia.

In base a ciò, quindi, dobbiamo riflettere noi moderni. La costituzione di un genere di musica sacra è finalità lampante che emerge dai documenti presentati a suo tempo su questo blog: ne deriva che la maggior parte della nostra musica "sacra" è totalmente da rifiutare, perché esula da quelle caratteristiche che la renderebbero tale. Finché continueremo sulla vecchia strada, non faremo altro che musica, nulla di più.
In primo luogo, per evitare in avvenire i problemi che noi ora dobbiamo affrontare, sarebbe opportuno metter per iscritto le caratteristiche tecniche che debbono avere gli strumenti da musica sacra, certo facendo riferimenti legati non al contingente, altrimenti nel futuro avremo un canone di strumenti (cosa che condannerebbe i suddetti a morte certa, poichè vincolati solo all'ambito liturgico); bisognerebbe stilare una lista di caratteristiche (come il divieto di strumenti elettrici o a corde) tali da non richiedere un Azzeccagarbugli per esser comprese anche dal più sempliciotto.
In secondo luogo sarebbe cosa ottima che le diocesi prendessero l'incarico di formare gli organisti, cosa fatta in modo serio e da docenti preparati, non dal primo fraticello che accompagna il gregoriano alla tastiera elettrica. Dovrebbe esser un compito della diocesi poichè, all'inizio, gli organisti ben preparati potrebbero esser inferiori, logicamente, al numero delle parrocchie. Devo, però, a questo punto fare un passo indietro. Un organista a parrocchia significherebbe che tutti i sacerdoti sarebbero ben disposti a che fosse suonato questo benedettissimo organo, ma sappiamo bene dalla realtà che non è così. E', dunque, compito del vescovo che si attui questa riforma musicale, che oserei appellare "Neo-ceciliana". Gli abusi sono troppi e solo l'autorità può metter fine alla grande anarchia.
In terzo luogo, sarebbe opportuno che ottimi docenti di materie musicali potessero insegnare nei seminari che , negli stessi, l'aspetto musicale della liturgia non fosse considerato come mero apparato ma parte integrante di un complesso liturgico. Solo quando i singoli sacerdoti potranno gustare la bellezza di una vera musica sacra (che non obbliga all'utilizzo del solo organo) allora potremmo assistere alla tanto attesa riforma "neoceciliana". L'educazione al bello non è indottrinamento, ma compito del docente. "Non è bello ciò che bello, ma è bello ciò che piace": così recita l'adagio popolare, ma non dice che, per questo, chi ha le possibilità non deve conoscere le motivazioni per cui una tal cosa è considerata bella. Quando sarà stato colto il concetto dietro le cose, allora ci sarà una seria riflessione.

Questi soli tre punti, ne sono convinto, potrebbero riuscire a cambiare grandemente le cose, e certamente la liturgia cattolica ne riacquisterebbe di pregio, quel pregio che ormai sembra sempre più scadere verso il basso.

domenica 6 giugno 2010

Breve storia del "Movimento ceciliano"

Vorrei cominciare questo breve excursus storico facendo un brevissimo preambolo. Il contenuto qui fornito sarà a carattere più divulgatico che scientifico, per due motivi: anzitutto non è la sede adatta per dilungargi in chiacchiere da tecnici (questo blog vuol volare basso ma lontano!),poi non possiedo, lo ammetto, la conoscenza che può avere uno storico della musica. Pertanto, qualsiasi aggiunta, correzione, suggerimento per meglio chiarire certi passaggi son ben accetti!

Il "movimento cecicilano" viene spesso definito anche come "rivoluzione ceciliana": perché? Semplicemente, perché dopo il suo avvento niente sarà più lo stesso nel panorama musicale della Chiesa cattolica. Oso: nel movimento già si avvertono certe tendenze che approderanno alla volontà riformatrice del Concilio Vaticano II, come, ad esempio, la spinta al coinvolgimento dei fedeli all'interno della liturgia, il ritorno "alle origini" [che, a differenza del Concilio, non si trasformò in archeologismo] etc. Il movimento voleva che nelle celebrazioni avessero nuovo spazio e splendore il canto gregoriano e la polifonia rinascimentale, ormai assenti dalla scena da ben quasi due secoli (il movimento nasce a cavallo tra '8-'900), due secoli diventati dominio assoluto della musica operistica.

Vorrei fare un passo indietro. La musica operistica, mi sia consentito il paragone, era la nostra musica pop/rock: era l'invenzione del secolo XVII, forse una di quelle più amate. Per rinnovare il repertorio, per attirare su di loro la attenzioni e la fama, gli organisti del tempo, spinti per certo dalla volontà di coinvolgere maggiormente i fedeli, si attivarono subito per introdurre sempre di più la musica operistica all'interno delle celebrazioni liturgiche. E dietro ad essi vennero gli organari: per questo troviamo registri "da concerto" negli organi ottocenteschi.

Naturalmente una situazione di tal genere rischiava di degenerare nella copiatura spiccicata delle musiche delle opere o di quelle da ballo [entrambe figlie dei medesimi genitori], e infatti così avvenne. Riporto quanto dice Marco Ruggeri sul periodo "operistico" della musica organistica (vedi www.organisti.it):"Oppure, peggio (perché non in concerto, ma all’interno di una Messa), ecco quel che succedeva nel 1889 in una ordinaria funzione domenicale a Venezia nella chiesa di S. Cassiano, ove lo stile e le forme bandistiche avevano veramente invaso il tempio cristiano:

…l'organista, «quantunque mostrasse agilità e pratica, avea scambiato l'organo per un pianoforte, e la chiesa per una sala da ballo. Al Vangelo: Polka, all'Offertorio: Marcia ed assolo di ottavino, all'Elevazione: Marcia funebre o trionfale con tromboncino obbligato, alla Comunione: Polka, quasi Galoppo»
".

Se, dunque, la Chiesa si era piegata ai dettami della moda messi in musica dall'organista sino al calare del secolo XVIII, oramai il clero di più alta caratura intellettuale avverte la sostanziale estraneità di tale prassi organistico-musicale col senso della liturgia cattolica. Ed insieme al clero se ne rende conto tutto quel gruppo di organisti che praticava la musica sacra con impegno e studio critico ( e devozione?). Basterà qui ricordare, per riassumere il movimento ceciliano, i nomi di Tebaldini, Perosi e Papa Pio X.

In risposta al disagio e al cattivo gusto causato dalla musica sacra nei fautori del movimento, essi proposero il ritorno al gregoriano e alla polifonia rinascimentale, con il conseguente "scadimento" di ruolo dell'organo. Lo strumento musicale non sarebbe più risultato il protagonista della liturgia, avrebbe solo accompagnato il tutto e, anche quando avrebbe dovuto suonare senza il canto di accompagnamento, pure allora avrebbe dovuto non pavoneggiarsi. Da tutto questo risultava inutile (e pericolosamente tentatrice) la numerosa serie di registri da concerto, ormai diffusi quasi su ogni strumento di rilievo.

Al grido di aiuto, pertanto, gli organari risposero prontamente. I nuovi strumenti non avevano più la "banda turca" od i "campanelli", niente di tutto ciò! Ora era tempo dei fondi e dei registri violeggianti. In aggiunta a ciò, come ottimamente dice Marco Ruggeri, si andò affermando il concetto di produzione in serie, di fabbrica d'organi, in sostituzione all'idea dell'organo quale opera unica frutto delle botteghe artigiane. E questa modernità si fa largo a colpi di machete nella selva degli organi italiani. Strumenti pregiati sia del passato (Tardo rinascimento e barocco) sia del tempo moderno (secolo XiX) venivano distrutti, subivano il cambiamento di meccanica ( da manuale a pneumatica o elettrica), subivano la cancellazione di intere file di registri, subivano la sostituzione delle canne con alcune nuove fatte di leghe differenti. Pochi strumenti si salvarono. Sì, dico si salvarono, perchè una diversa prassi musicale poteva prender le mosse dalle esecuzioni degli organisti e non dalle profonde alterazioni inflitte agli strumenti da parte degli organari. Organari che in questo periodo, se cavalcarono l'onda della riforma, divennero celeberrimi, come Tamburini, Mascioni e Vegezzi Bossi.

Come farà ogni movimento nel secolo XX, così quello ceciliano si darà un "manifesto": il Motu Proprio "Tra le sollicetudini" di Pio X. Certamente, chiamare manifesto questo documento è un po' azzardato, un po' anacronistico (il primo vero manifesto, quello del futurismo, è del '14, mentre il documento in questione è del 1903) ma ben rende l'idea di carta costitutiva di una linea teorico-musicale. Invero, bisogna altresì riconoscere che le idee avevano gà del tempo alle loro spalle e, pertanto, il Motu proprio ha una singolare natura: carta costitutiva del movimento ceciliano e sua sintesi finale. La nascita e la maturazione al medesimo momento.

Abbimo, infine, già visto gli effetti della mentalità ottocentesca sottesa al suddetto Motu proprio: il passato non ha ragion sufficiente, tutto viene modificato in base ai nuovi dettami liturgico-musicali, ed anche splendide opere (addirittura rinascimentali) vengono sventrate (il verbo non è casuale: tra '8-'900 assistiamo ai grandi sventramenti architettonici delle maggiori città europee).

Ne conseguì che poco patrimonio storico si salvò e che la "caccia alle streghe" -gli organi non ceciliani- produsse, a lungo andare una reazione di rigetto da parte degli organisti. Se, infatti, la riforma avrebbe potuto essere attuata in maniera più morbida (infatti, avrebbe potuto cambiare solo il repertorio degli organisti, senza la manomissione degli strumenti già esistenti), questo non avvenne forse per scarsa empatia fra organisti e riformatori. Non dimentichiamo, poi, un fattore importante: nel nostro angolo di mondo l'organo è quasi esclusivamente strumento liturgico, mentre nei paesi del Nord è anche profano (ometto volontariamente l'esperienza dell'organo suonato ai banchetti od alle feste dell'alta aristocrazia per la scarsa incisività che ebbero tali esecuzioni all'interno del panorama musicale). Pertanto, era logico che l'estro cretivo dell'organista avesse le ali tarpate all'interno della sola liturgia e che avesse tentato di spiccare il volo rivolgendosi alla musica mondana. Vorrei, quindi, osare dedurre una conseguenza di questo movimento ceciliano: che fra musica sacra e profana è doverosa la differna e che è altrettanto doveroso che si diffonda, per evitare strane contaminazioni, anche un uso extr-liturgico dell'organo. Se, infatti, lo strumento viene già sfruttato per musica di piacere e il pubblico ne trae godimento, allora l'assemblea dei fedeli riuniti a messa non potrà pretendere un uso para-liturgico dello strumento!

Quando, pertanto, nasce il disagio di alcuni dinanzi all'ottusità di certe manomissioni, necessariamente l'aria che tira è cambiata. Nel '39 già in Italia si ha la legge sul vincolo normativo per i beni storico-artistici: la carneficina d'organi era ora assai frenata. E in questi anni ('20-'30) assistiamo alla nascita del cosiddetto "movimento organistico", un filone di pensiero che mirava al resturo più filologico possibile degli strumenti storici.

Queste poche righe vogliono essere un breve excursus storico per meglio capire l'azione del movimento ceciliano, sulla cui portata ed attualità bisognerà ancora parlare. La storia, di per sé, non risponde a certi interrogativi.