sabato 5 febbraio 2011

Circa i clavicembalisti all'organo

Con questo articoletto, vorrei esporre i motivi che mi convincono ad eseguire certa musica da clavicembalo sull'organo. Anzitutto, è doverosa una premessa: è chiaro che questo genere di musica non sia in primo luogo sacra e, dunque, è anche chiaro che i momenti per tali "incursioni" clavicembalistiche cadano negli spazi già indicati precedentemente (leggasi il penultimo articolo).
E' innegabile. però, che certi componimenti siano veramente "belli", nel senso che sono capaci dare molto malgrado la diversità dell'occasione dell'esecuzione e dello strumento per cui sono state scritte. Il periodo aureo barocco, quello di Bach e Zipoli, vede una continua osmosi fra organo e clavicembalo: quasi identica è la tecnica per ambedue e l'andamento di certi brani.

Oltre a ciò, dobbiamo anche fare un'altra considerazione, un po' più terra-terra. Sappiamo bene che il clavicembalo necessita di esecuzioni veloci/sostenute e che l'organo, per converso, sa esprimere meglio la propria grandezza su velocità più moderate. Ma non è detto che l'organo non possa sostenere certe velocità (basti pensare alla "Toccata e fuga in re minore" di Bach). Allora, come fare a coniugare questi due aspetti all'insegna del momento liturgico cui facciamo sempre riferimento? Semplicemente "mettendo il pepe"(ossia la velocità) nei momenti d'inizio e di fine, quando c'è il confine fra tempo mondano e tempo liturgico. Lì tutto va bene, altrimenti tutto diventa un po' complicato. Certo è complicato per chi si trova a suonare all'interno di una celebrazione ordinaria (detta Novus Ordo), dove il momento dell'organo solista è limitato. Non è così per chi, invece, partecipa ad una celebrazione liturgica straordinaria (detta Vetus Ordo), dove completamente diverso è l'assetto musicale.

Non ultimo è il fatto che a strumenti diversi corrispondano generi diversi. Tuttavia, ripeto, certe volte possiamo scambiare gli strumenti, consapevoli, certamente, di re-interpretare un pezzo e quindi accettando anche le critiche del caso.

Organo e gregoriano: licet?

Da un po' di tempo medito su una vexata quaestio (questione complessa e controversa): l'accompagnamento organistico del gregoriano.
Anzitutto debbo fare una piccola digressione: il canto gregoriano è necessario e doveroso all'interno delle celebrazioni cattoliche. Tanti archeologi liturgici, che hanno amputato qui e là la liturgia cattolica tridentina in nome di una fantomatica purezza originaria, non si sono resi conto che il gregoriano è stato il primo canto dei Padri della Chiesa. Non si sono resi conto che il gregoriano è fratello dei canti bizantini che si riallacciano alla tradizione orientale. Non si sono resi conto che i canti orientali attali sono così vicini al gregoriano perché queste due tipologie sono imparentate (diciamocelo: non si sono resi conto di una beata mazza!).
Ebbene, stando così le cose, l'organista liturgico deve necessariamente scontrarsi con questo annoso problema dell'accompagnamento al gregoriano.
Chiariamo subito che il gregoriano puro e filologico va contro le basilari nozioni musicali del musicista moderno (p.e. non ha un tempo fisso rispettato, tutto si basa sulla metrica delle parole) e quindi dovrebbe essere impossibile accompagnarlo. Tuttavia, già da tempo il gregoriano viene scritto nelle chiavi moderne, con la notazione moderna (note e tempo) e così cresce la nostra tentazione di accompagnarlo.
Questo, allora, è quello che penso:
1) in presenza di religiosi o laici capaci (=che sappiano cantare) in sufficiente numero da poter dividersi in due voci - una per il solista e una per il responsorio- non si deve assolutamente accompagnare;
2) in presenza di religiosi o laici capaci (=che sappiano cantare) in numero scarso, far fare la voce del solista ai competenti e accompagnare una guida che diriga l'assemblea nei responsori;
3) durante le messe molto affollate, però, pur essendo presenti cantori capaci, è bene però accompagnare i responsori, perché la maggior parte dell'assemblea non li conosce e/o non sa cantare;
4) in presenza di religiosi o laici incapaci (=che non sappiano cantare) accompagnare sempre, ma con leggerezza, con registri dolci, tali da costituire una voce sussurrata che sia in grado di suggerire ma non di primeggiare.

N.B. La purezza del gregoriano primitivo non potrà mai più essere raggiunta. Chi cantava nei primi secoli dell'era cristiana aveva in mente una cultura musicale vicina a quella del modus gregoriano, perciò aveva una naturalezza d'esecuzione che noi, influenzati da secoli di storia musicale, non potremo mai più avere.
Se qualcuno la pensa di versamente accetto critiche...

lunedì 3 gennaio 2011

Quando l'emergenza diventa cosa di tutti i giorni

Salve a tutti! E' da molto tempo che non scrivo sul blog perché mi sembrava di non aver argomenti interessanti da esporre; poi, finalmente ho capito che, per quanto noiosa e strettamente personale possa risultare, la mia esperienza può essere un valido argomento.
Già avevo parlato di  Emendamento d'Emergenza e avevo anche spiegato il limite dello stato di necessità. Tuttavia, ho potuto vedere coi miei occhi che alle volte non c'è assolutamente limite!
Mi spiegherò meglio: quando scrissi il post, ero nella situazione lì descritta, eppure pensavo che le cose sarebbero cambiate; invece non è accaduto. Anzi, per un certo periodo sono stato costretto a dover rimettere nelle mani del parroco il mio incarico. Il problema non stava (potrei però usare anche il presente) in chi suonava, ma in chi avrebbe dovuto cantare: non c'era mai nessuno disponibile a farlo! Ebbene, ora qualcosa si è smosso, però i frutti li vedrò molto, molto più in là nel tempo. Tutto questo parrebbe deviare dall'argomento proprio di questo post, ma non è così, poiché sono ancora nell'emergenza: infatti, ho abolito l'accompagnamento ai canti a tempo indeterminato a causa dell'assenza di un coro e, pertanto, ho dovuto accompagnare con brani autonomi parti della Liturgia che prima erano sostenute dal canto. Debbo dire che si è aggiunto il fatto che ho cominciato a studiare al Conservatorio, che "mangia" moltissimo tempo.
Ho cercato, allora, di poter inserire i pochissimi pezzi che sto studiando per il mio maestro all'interno della Messa. All'Offertorio ora eseguo "Ich ruff zu dirr, Herr Jesu Christ" di J.B.Bach (bellissimo!) e alla Comunione -ma solo quando l'assemblea non è numerosa- il "Preambolo" n1 dei "24 pezzi in stile libero" di Vierne.
Cos'è, allora, quello che voglio dire? Che non esistono limiti all'emergenza; tutto può andare anche peggio di com'è ora. Gli organisti, anche quelli della domenica, che lo fanno per pura passione e dedizione, non si abbattano! Se anche non facciamo tutto quello che dovremmo fare, ricordiamo però che stiamo facendo, che stiamo già rendendo un servizio a Dio e agli uomini quando ci sediamo e cominciamo a suonare. La qualità verrà col tempo.
Certo, e qui concludo, qualsiasi cosa, per quanto poca e semplice possa essere, deve subito esser fatta ottimamente, altrimenti è meglio non suonare. Il mio motto è "poco ma fatto bene". Il "tanto e fatto alla carlona" lasciamolo a chi vuol apparire.

Allego qui i pezzi che ho citato:
e poi:

venerdì 5 novembre 2010

Colpo grosso!

Carissimi Lettori, è da molto tempo che non scrivo. Agli inizi di ottobre mi sono ammalato di mononucleosi e, pur rimanendo in casa, non avevo né la forza né la voglia di scrivere perché tanto la situazione al Conservatorio Cherubini (vedi articolo del 4 ottobre) non era mutata. Poi, d'improvviso la luce.
Allora, dopo giorni e giorni, al Conservatorio ci (= ai dichiarati idonei all'iscrizione) dicono che possono partire le immatricolazioni, ma ad un prezzo: il cambiamento dal Vecchio Ordinamento ai fantomatici Corsi Preaccademici. Apriti cielo! Un putiferio: nel mio caso non sarebbe cambiato pressoché nulla, ma ad altre persone sarebbe accaduto di dover cambiare indirizzo dacché alcuni corsi venivano soppressi. La mia situazione "fortunata", però, non era tale da farmi dimenticare che avrei dovuto studiare 8 lunghi anni per avere un foglio di carta con la dicitura "corso preaccademico"; per fare un paragone, mi sembrava di studiare per la patente per poi avere il patentino. L'amaro in bocca rimaneva.
Poi, il miracolo: il Ministro (?) Gelmini non avrebbe firmato/approvato il nuovo regolamento dei conservatori. O meglio: dalle carte ufficiali scritte in burocratese, non si capisce se è stato il ministro o la conferenza dei direttori di conservatorio a non firmare il documento. Fatto sta che il Cherubini rischiava la paralisi della didattica (lo stop è arrivato a pochissimi giorni dall'avvio delle lezioni) e una mole di ricorsi, sicuramente favorevoli agli allievi gabbati. Il direttore, allora, il M. Paolo Biordi, si è deciso a tirare fuori la bacchetta magica e a fare un bell'incantesimo: magicamente tutti gli immatricolati nei  corsi preaccademici sono passati NUOVAMENTE al Vecchio Ordinamento. Che gioia, che felicità! E' vero che dovrei studiare per 10 anni, ma è altrettanto vero che mi ritroverei un diploma, mica un cedolino volante che non è riconosciuto dallo Stato.
Concludo dicendo che bisogna vigilare: mi è stato garantito che le cose, per me non cambieranno, ossia a metà dell'anno, a nuovo regolamento approvato, non possono trasferirmi nei nuovi corsi preaccademici, tuttavia non mi fido; al Conservatorio capita di tutto!
Ringrazio Voi Lettori e i miei insegnanti: il M. Fusaroli (pianoforte), la pro.ssa Lo Paro (Teoria e Solfeggio) e il M. Vallini (Organo).

P.S. A breve tornerò con gli articoli culturali, purtroppo ora non posso perché sono oberato dai compiti sia del conservatorio sia dell'università. A presto!

martedì 5 ottobre 2010

Amaro sconforto

Dopo molto tempo di lontananza dal blog, finalmente mi sono deciso a buttar giù qualche parola; devo dire che mi costa tantissimo: non mi manca il tempo, ma la voglia. Ormai è da circa due settimane che, purtroppo, qualsiasi strumento a tastiera mi dà la nausea. Il motivo è che ormai, fino ad un qualche clamoroso evento, gli strumenti a tastiera mi ricordano una fase bruttissima della mia vita: l'ammissione al Conservatorio Cherubini di Firenze.
Per entrare in Conservatorio [spiego la pratica, ché tutti magari non la conoscono] bisogna anzitutto sostenere un'audizione. Se uno ha talento/culo, viene dichiarato "idoneo all'ammissione", ossia non è ancora entrato, ha un piede fuori ed uno dentro. Due (almeno sono quelli che ricordo) i requisiti per l'ammissione: l'età ed il punteggio.
Ebbene, nell'audizione per "Organo e composizione organistica" del Vecchio Ordinamento (poi spiego cosa sia 'sto maleficio) io ero/sono il più giovane e quello, fra gli idonei al primo anno, col punteggio più alto. Insomma, per una volta nella mia vita ho creduto di avercela fatta al primo colpo. Macché!
Per spiegare lo sculo in cui mi sono imbattuto, purtroppo sono costretto a fare un passo indietro. Non so bene da quanto, fatto sta che nei conservatori italiani da qualche tempo ci sono due ordinamenti, quello vecchio e quello nuovo. Quello vecchio prevede anni di studio diversi a seconda dello strumento, rilascia un "semplice" diploma e permette di fare l'università; quello nuovo, invece, dura cinque anni (3+2) per tutti, rilascia una laurea e [dal momento che in Italia e solo qui non puoi fare due diverse facoltà contemporaneamente] ti costringe a non fare l'università. Dettaglio: io faccio il terzo anno di Lettere Antiche a Firenze.
Allora, sentite come un'istituzione pubblica prenda per il culo la nazione. A marzo il Conservatorio decide che non ci dovrà più essere il V[ecchio]O[rdinamento] per l'anno accademico 2010/11 (ossia questo partito a ottobre); continuano, però, a pubblicare i moduli per l'iscrizione al VO.
N.B. DA NESSUNA PARTE, FUORCHE' SU INTERNET, C'ERA SCRITTO CHE FORSE IL VECCHIO ORDINAMENTO SAREBBE PARTITO. In segreteria dicevano solo che era l'utimo anno, niente più.
Riprendiamo. Su internet, per pararsi il culo, scrivono che gli eventuali ammessi , QUALORA fosse stata votata la modifica di ordinamento PER TEMPO,  verrano mandati in corsi di base per il Nuovo Ordinamento. Se, però, cercate notizie di questi corsi, sprecate tempo. Allo stato attuale sembra che non esistano, semplicemente perché il Conservatorio sceglie gli allievi del NO colla vecchia pratica dell'audizione, senza svolgere corsi interni alla preparazione della medesima.
Ricapitolando: io faccio l'audizione, ho un buon voto, sono il più giovane, me la godo anche perché la modifica non è stata votata.
Ebbene, a tre giorni dalla pubblicazione ufficiale degli ammessi, compare un comunicato del direttore, il quale sospende tutto (Link documento), fino a data da destinarsi.
Potete immaginare come mi senta. Non solo ho pagato fior di soldi per prepararmi, ma ho anche pagato per fare quella cavolo di domanda; ho passato un'estate intera dietro organo e pianoforte; c'ho perso capelli e buonumore; ho messo a dura prova il rapporto colla mia ragazza (una santa, davvero, visto il mio umore).
E ora sono nel limbo, un luogo talmente stupido che pure la Chiesa lo ha abolito! Il Conservatorio di Firenze, ente statale pagato con i soldi dei contribuenti italiani, se ne sbatte di dare informazioni, se ne frega altamente di usare rispetto verso i probabili allievi, se ne impipa del fatto di essere al servizio della gente, usa atteggiamenti  da cancelleria sovietica.
Qualcuno, altresì, potrebbe obbiettare: "Di che ti lamenti? dopotutto puoi sempre fare un corso di base al conservatorio!".Le cose sono un po' più complicate. Non so nulla di questi corsi (chi, dove, quando, come e perché) e non so se possa frequentarli anche se continuo ad essere immatricolato alla Gloriosa Università degli Studi di Firenze. Aggiungo anche che mi scoccerebbe. Benché si siano parati il culo coll'avviso su internet, la contropartita del corso di base non regge di fronte alla possibilità di essere già dentro al Conservatorio e poi il corso non mi rilascia nessun documento di rilievo da inserire nel mio curriculum, il diploma di conservatorio, invece, è una bella carta dal valore legale!
Mentre son qui nell'ambascia (colgo l'occasione per "affanculare" il Cherubini), lo Spirito Santo mi ha fatto una grazia: finalmente, dopo tempo che lo chiedevo, un corettino di bambini verrà a provare con me all'organo. Speriamo bene!

mercoledì 8 settembre 2010

L'organo, tesoro della Musica Sacra

Oggi ho creato questo video. Spero che possa piacere. Buona visione e buon ascolto!

martedì 31 agosto 2010

Bernardo Pasquini: un ritratto a brevi pennellate a trecento anni dalla sua scomparsa

Scrisse Francesco Gasparini: "Chi averà ottenuta la sorte di praticare, o studiare sotto la scuola del famosissimo Sig. Bernardo Pasquini in Roma, o chi almeno l’avrà inteso o veduto sonare, avrà potuto conoscere la più vera, bella e nobile maniera di sonare e di accompagnare"

Anzitutto chiedo venia per la latitanza dal blog. Confesso che la promessa di scrivere qualcosa sul Pasquini mi ha un po' intimorito. Che dire di nuovo? Niente! La mia piccola parte sarà quella di dire le cose il più terra terra possibile, in virtù di una facile lettura per tutti, anche per chi non ama la storia della musica.
Bernardo Pasquini nasce a Massa (in Valdinievole, oggi parte della provincia di Pistoia), nel 1637.
Apprende i primi rudimenti musicali da un prete del vicino paese di Uzzano. In giovane età viene condotto a Ferrara da uno zio e là sarà organista presso la celebre "Accademia della morte", presso cui, pochi anni addietro, avevano prestato servizio Girolamo Frescobaldi e Luzzasco Luzzaschi. In seguito (1650) si trasferisce a Roma per completare gli studi con A.Cesti. Nella Città Eterna trovò incarico come organista prima presso Santa Maria in Vallicella poi presso Santa Maria Maggiore e Santa Maria in Ara Coeli (l'incarico presso l'ultima chiesa nominata sarà conservato sino alla morte).
Nella sua vita "romana" il Pasquini si inserisce pienamente nel più grande fenomeno culturale italiano del tempo, l'Accademia dell'Arcadia. Insieme ad Arcangelo Corelli e ad Alessandro Scarlatti, fu il primo musicista a prender parte al fenomeno arcadico. Certo, anche le sue frequentazioni lo ponevano al centro della vita culturale romana: dal 1666 divenne, infatti, cembalista di camera dei principi Borghese e, poi, frequentava i palazzi dei potenti Chigi, degli Ottoboni e dei Pamphilj; a queste frequentazioni si aggiunse anche il servizio presso la regina Cristina di Svezia. Fra i suoi allievi, in ultima analisi, sono dunque ricordati i potenti Giambattista Borghese e Cristina regina di Svezia e i celebri musicisti Francesco Durante, Domenico Zipoli e Domenico Scarlatti.
Non solo nella penisola italiana, ma anche all'estero si diffuse la sua fama: ebbe, infatti, modo di suonare prima per il Re Sole, poi per Leopoldo I d'Austria, che invano lo invitò a trasferirsi alla corte di Vienna; in aggiunta ai sovrani, infine, dobbiamo ricordare l'incontro col Pasquini da parte di Haendel in un suo viaggio a Roma del 1707, durante il quale ebbe modo di frequentare l'ambiente musicale arcadico ( e si ricordino i nomi di Arcangelo Corelli, Bernardo Pasquini e Alessandro Scarlatti). Il celebre musicista spira a Roma nel 1710.

Bernardo Pasquini è ricordato soprattutto per la fama di virtuoso della tastiera e per l'estrema pulizia delle sue composizioni. Il musicista si impegnò in vari genere (cantate, sonate, opere, oratori etc.) E' notevole ricordare che la gran parte dei suoi lavori per tastiera ci è giunta manoscritta, ad eccezione di qualche antologia coeva al Nostro, e che egli è stato colui che ha introdotto il genere della suite in Italia.

giovedì 5 agosto 2010

B. Pasquini: Passacagli



A trecento anni dalla morte di un mio illustre concittadino valdinievolino, in attesa di tratteggiarne un buon profilo, voglio proporre questo pezzo di Bernardo Pasquini.

Quando la popolarità fa male, ossia la morte del genio

Non pensavo, confesso, che la fama potesse esser dannosa, almeno fino a quando mi fu sconsigliato di eseguire il preludio al Te Deum di Charpentier, perché la gente avrebbe potuto pensare alla sigla dell'eurovisione della Rai. Di questo passo, pensai, nemmeno gli accordi saranno più permessi, ché la pubblicità ormai regna sovrana.
Per certo, l'obiezione coglieva nel segno: il limite della fama per la musica da chiesa. Quello che però non condivido è l'adeguamento: se domani il "Christus vincit" diventasse la sigla del TG1, forse che noi non dovremmo più suonarlo? Penso proprio di no. Il caso, poi, di Charpentier e del suo preludio è singolare: il brano è tratto dal "Te Deum", un inno religioso prestato alla televisione; il più delle volte, invece, sentiamo melodie celebri entrare all'interno della liturgia quando nulla hanno a che fare con essa, ma la loro esecuzione è frutto di quella stessa fama che esclude lo Charpentier. Siamo di fronte ad un bivio: alcuni entrano e altri escono solo perché hanno lo "sculo" d'un certo tipo di pubblicità? Se il bivio è questo, direi di tornare indietro e provare a ripercorrere la strada. A mio modo di vedere, quando si oltrepassa la soglia d'una chiesa siamo in un luogo nel mondo e fuori del mondo, in cui vigono regole e tradizioni che possono non aver niente a che fare con quello che c'è al di là del portone d'ingresso.
Tanti sono i brani utilizzati dal mondo della televisione per promuovere prodotti commerciali o televisivi. Tuttavia non dobbiamo dimenticarci che i brani vengon utilizzati e non composti per la televisione: ne consegue che la finalità del pezzo rimane inalterata, malgrado il secondario uso.

giovedì 15 luglio 2010

"Maestro di Cappella", prego!

Il titolo vuol essere volutamente provocatorio, ma, alle volte, bisogna anche suscitare gli animi con più forza.

Nel tedesco abbiamo il termine "Kapellmeister" che indica il direttore dei servizi musicali religiosi, in inglese esiste il "Director of Music", che ha lo stesso significato del vocabolo tedesco. Il ruolo di direttore dell'azione musicale liturgica, invero, non è quello dell'organista, tuttavia la prassi è quella di far coincidere le due figure, con notevole complicazione per il secondo: infatti, l'aspetto di direzione è sovente trascurato in chi valuta il lavoro dell'organista. Aggiungo, poi, che chi volesse fregiarsi del titolo di "Maestro di cappella" sarebbe anzitutto dipinto come un pazzo, fino a scadere nei termini più propri del turpiloquio. Tuttavia è innegabile che la maggior parte degli organisti, soprattutto quelli che non lo sono di professione, si vedono moltiplicare, anzi quadruplicare il lavoro da faccende di cui non dovrebbero esser competenti: la direzione di coro e/o altri strumenti musicali richiede una preparazione musicale che un organista tipico non possiede e deve acquisire con gran dispendio di fatiche; inoltre gli eventuali risultati discutibili vengono a costituire prove dell'inefficienza del povero organista (povero anche in senso materiale!permettetemi la boutade).

A questo proposito, vorrei soffermarmi un attimo sull'aspetto di direzione di coro. Prima di tutto bisogna fare una constatazione: se l'organista fa anche il direttore di coro, il direttore di coro fa il disoccupato. A ciascuno il suo! (si diceva un tempo). Se nelle lingue del mondo si hanno due termini per indicare due figure distinte, una ragione più che logica ci sarà: stiamo, appunto, parlando di due figure distinte, non di una che si adegua a jolly della situazione. Dirigere un coro, d'altronde, non è una passeggiata poiché avere l'orecchio per correggere le voci umane è cosa che si apprende col tempo, coll'esperienza e coll'aiuto del buon Dio!

In secondo luogo, a differenza dell'organista ( ma qui si scade nel personale), un bravo direttore di coro si rende subito conto se qualcuno può cantare o meno; l'organista, almeno nel mio caso, spera invece che col tempo...A questo punto mi tocca fare una digressione. Anche per quel che mi riguarda, io all'inizio ero sull'orrendo andante, ma poi mi sono impegnato per migliorare, e credo d'esser su una buona strada, almeno lo credo perché che mi ascolta apprezza e non mi tira ortaggi/uova. Certamente, allora, il tempo e la fiducia sono fattori fondamentali, però non bastano. Se ho del potenziale, questo risalta subito, malgrado gli aborti che possa compiere, altrimenti continuerò solo a fare aborti. Ora così è per i "cantori" parrocchiali.

Ed ecco che arriviamo a parlare delle dolenti note, appunto, i cantori parrocchiali. Costoro sono di tre tipi: i bravi, i migliorabili, gli orridi. Per uno starno scherzo della natura la scala dell'attività e della partecipazione procede dal gradino più basso per giungere a quello più alto. Come dice il mio prof.re d'armonia: "Chi è stonato, non deve cantare!". Purtroppo non è così; il più delle volte, se non ci fossero questi stonati a impegnarsi, non ci sarebbero nemmeno canti. Cosa che potrebbe esser migliore. Purtroppo sarebbe tristissima. Qualcuno dice che l'assemblea non canta perché i cantori sono stonati: frottole, balle! La gente non canta perché gli fa fatica e non vuol impegnarsi, perché se volesse seriamente preoccuparsi della cura musicale liturgica, si adorerebbe in prima persona per migliorare la situazione (mentrel'uso consueto è quello di criticare chi intanto sta facendo qualcosa e stare a vedere, sempre pronti a recriminare!).

Propongo, allora, due accorgimenti per l'annosa questione dei cantori stonati: farli cantare il meno possibile e spingerli a trovare altra gente con cui fare gruppo,un gruppo che non deve sostituirli, ma solo coprirli: a sostituzione di queste persone è sbagliata, perché andremmo a colpire gli spiriti più "impegnati" nella vita parrocchiale, col rischio di perdere, all'interno del coro, un sano spirito all'impegno volto a beneficio della liturgia.

Dopo aver affrontato, con abbastanza parole, un ambito marginale della questione dell'uso del termine "Maestro di cappella", vorrei tornare al nocciolo della questione. Le righe che precedono mostrano quanto poco di organistico ci sia nella gran parte dell'attività dell'organista liturgico, almeno nella gran parte dei casi di coloro che intendono rapportarsi al proprio compito con serietà, se, invece, l'organista, lecitamente, affidata alla cialtroneria e al disimpegno la sua non voluta carica di direttore di coro, allora il discorso non vale. La mia proposta, pertanto, è volutamente provocatoria: chiamare "Maestro di cappella" l'organista liturgico che seriamente si occupa degli uffici musicali. Così facendo, tutt'altra luce si poserà sulla figura dell'organista, troppe volte esposto a critiche che non riguardano prettamente il suo ruolo. Il nuovo appellativo, magari certificato, dovrebbe servire a porsi dinanzi ai servizi musicali liturgici in modo nuovo, perché alla nuova denominazione dovrebbe accompagnarsi una nuova figura con una nuova preparazione musicale.

Vorrei aggiungere che chi ha la fortuna (ovviamente scherzo) di cantare accompagnato da me, canta più che degnamente e si colloca fuori dalla casistica sopra esposta.

giovedì 8 luglio 2010

"Emendamento d'emergenza"

Nell'articolo del 23 giugno, http://http//lorganistaliturgico.blogspot.com/2010/06/bach-e-zipoli-per-non-cadere-in.html, avevo detto che c'erano modi e luoghi per i vari brani.
Ebbene, rileggendo questo anche alla luce della mia esperienza non ho potuto non aggiungere il da me detto "Emendamento d'emergenza": tutte le regole vengono abolite in caso di stretta necessità e fare tutto quando si vuole (si= l'organista).
Un tale "coprifuoco" dovrebbe rispondere ad una situazione di grave emergenza: la mancanza di repertorio adatto alle varie parti della Messa. Infatti, non è facile farsi subito un buon repertorio e sarebbe alquanto orrendo accompagnare certe parti e certe no, a dispetto della dignità complessiva che ha il momento liturgico. Certo, i più intransigenti storceranno il naso di fronte a tale affermazione, ma io sono del pensiero "di necessità virtù": non sempre le cose vanno come si vorrebbe ma si può rimediare.
In aggiunta a quanto detto, c'è anche da ricordare un particolare: il buon gusto dell'organista. Senza questo, breve è la strada anche seguendo il rispetto delle norme. Non sempre ciò che è illecito è bello e ciò che è lecito non è bello; un'accorta mediazione fra il gusto personale e il dovere può portare ad ottimi lavori.
Se, poi, dovessi consigliare qualcosa di specifico, mi permetto di citare qui i "Keybord Works" di H. Purcell: accanto a pezzi di certa difficoltà ce ne sono altri abbastanza semplici e capaci di rendere moltissimo soprattutto con un sapiente gioco di registri e, mi permetto di aggiungere un'eresia -tanto c'è l'emergenza del mio emendamento che mi giustifica!-, se si alternano i tempi: ci sono alcuni minuetti che portati ad un tempo più lento di quello indicato/consueto sembrano i più bei pezzi di Chiesa mai scritti!

giovedì 24 giugno 2010

Wachet auf, ruft uns die Stimme (BWV 645)




Un ottimo brano suggeritomi dal sacerdote della mia parrocchia (il quale, con l'occasione, ringrazio). Buona esecuzione, peccato il rumore di fondo del filmato.

mercoledì 23 giugno 2010

Bach e Zipoli: per non cadere in contraddizione

Bach e Zipoli sono i primi due nomi che mi sono venuti per rappresentare ambiti diversi della musica sacra: il primo rappresenta il vertice mondiale della musica e della musica sacra riformata, il secondo è un ottimo compositore legato al mondo cattolico. Non me ne voglia il mio amato Zipoli, ma qualsiasi personaggio deve cedere a Bach. I personaggi qui evocati mi servono per rispondere ad una domanda che mi è nata in modo spontaneo: E' lecito suonare musica non cattolica all'interno di celebrazioni cattoliche?

Nell'osservare la domanda già mi rendo conto di un primo errore: musica cattolica. La musica non è un fedele, né tantomeno una confessione; è come la matematica: universale. Certo è che rischierei di cadere in contraddizione con le mie convinzioni filo-tradizionalistiche e, di conseguenza, con gli articoli qui pubblicati se non riesco a formulare una distinzione, una regola per cui alcuni passano e altri restano.

Anzitutto mi soffermerei sul criterio di Musica sacra: si accettano, di preferenza, solo composizioni di musica sacra, sia essa cattolica o meno. Sussistono, però, alcune eccezioni, tutte di due specie: il rifiuto di musica sacra e l'accettazione di musica non sacra. Il primo potrebbe esser motivato dall'eccessiva "lontananza" col sentimento musicale del luogo. La vecchia Europa non può guardare all'America o all'India, ché la cultura musicale tradizionale è troppo distante.Il secondo caso, l'accettazione di musica non sacra, potrebbe avvenire per più motivi: particolare espressività del brano, evidente affinità col gusto musicale della tradizione, chiaro linguaggio classico etc. Certamente, le eccezioni di secondo tipo troveranno il loro luogo in momenti non centrali delle celebrazioni, altrimenti non manterrebbero l'eccezionalità della loro esecuzione.

Successivamente, ma in realtà al pari del primo criterio, porrei l'attenzione sulla tipologia di linguaggio del brano: il barocco o la classica sono ormai patrimonio universale, già così non è per la musica rinascimentale. Dobbiamo interrogarci: risalire a prima del barocco e a dopo il classicismo (anche nelle sue fasi emulative) è possibile? A mio modesto avviso sì, ma con sempre notevole cura.
I disastri del romanticismo sono sotto gli occhi di tutti: occorrerà, pertanto, saper scegliere molto bene e con molto "cervello", senza farsi trascinare da quel cuore che i romantici sanno sapientemente manipolare! Per tutto quel che è prima del barocco invece bisogna operare, a mio avviso, con metodo opposto, ossia affidarsi solo al cuore. Un recupero di musica antica fatto all'insegna di un vano sforzo intellettuale poco produce quando la materia non è di molta qualità. Cosa che vale sempre, e non solo nel suddetto contesto. E la musica del Rinascimento, con le sue differenti armonie, talvolta è lontana dal nostro sentimento musicale, affinato a ben altre caratteristiche. Pertanto, non è vero che tutto quello che ci viene dal passato è "bello" - mi si passi il termine- per le nostre orecchie.

In terzo luogo, come criterio per la scelta di autori non cattolici, porrei l'assoluta e tassativa esclusione delle composizioni corali , ad eccezione delle partiture, solo se queste sono sufficientemente ricche da aver ragione sufficiente anche se non accompagnate da coro. Il motivo di tale netto rifiuto a canti estranei alla tradizione cattolica è che, se la musica è universale, non così sono le parole. E' assolutamente sciocco e ottusamente lobotomizzante eseguire, per esempio, canti della tradizione africana quando non ci sono né africani a cantare né se ne capisce le parole. Qualcuno potrebbe obbietare che pure il latino dei canti tradizionali ai più è incomprensibile. Certo, non tutti capiscono il latino, ma questo, a differenza dei canti bantu, ha solo 2000 anni di storia all'interno della Chiesa! [e poi il latino ecclesiastico è quasi comprensibile da tutti, e ve lo dice uno che traduce greco e latino classico]. Aggiungo poi che il recupero di canti ortodossi nella liturgia "c'entra come il cavolo a merenda": si tratta di una vano archeologismo liturgico che è completamente slegato dal sentire comune musicale (più del così tanto vituperato gregoriano, che è figlio della tradizione bizantina e dunque parente strettissimo di tali canti).

In ultimo luogo vorrei dire che tutto quello che mi son permesso di escludere non è brutto, è solo inadatto alle celebrazioni cattoliche. Non so se in ambito riformato facciano alla stessa maniera, ma, per quel che ne so io, la situazione è diversa: ora siamo passati ad una completa replica delle armonie mondane all'interno delle funzioni. Aspetto repliche da parte di persone più competenti di me in questo settore. So per cero, invece, che questo dobbiamo apprendere, dal mondo dei riformati, ossia che l'organo è strumento musicale anzitutto, e successivamente liturgico per tradizione. Io sono a favore, proprio per evitare di dover fare scelte come quelle suindicate, di un uso extraliturgico dello strumento, dimodoché all'interno delle messe si faccia quello che è proprio della Messa, senza che l'animo dell'organista soffra molto per la poca visibilità poiché può mostrare la propria bravura in un contesto diverso (cosa che ora fa molto poco, legato come è solo all'occasione della celebrazione).

lunedì 14 giugno 2010

Considerazioni sul "Movimento ceciliano"

L'articolo sul movimento di rinnovamento musicale all'interno della liturgia vuol essere la spiegazione del retroterra culturale da cui prendeva le mosse la stesura della "Sacrosanctum concilium". Certo è che, se attualmente sono in vigore le norme di questa costituzione concialiare, bisogna pertanto conoscere il movimento suddetto. Tale situazione sarebbe necessaria qualora vi fosse un serio interessamento alla musica sacra all'interno della liturgia, ma così non è.
Infatti, l'aria nuova che veniva dal Concilio è sempre stata interpretata non come un dolce venticello che porta sollievo nella calura, ma come un vento di tempesta che dovesse spazzare tutto quanto gli si parasse contro (vale a dire il patrimonio tradizionale). Di conseguenza, gli organi sono stati o dismessi/venduti o trascurati, mentre altri strumenti più "giovanili", come chitarre, bonghi e tamburelli, hanno avuto campo libero.

Vorrei, anzitutto, soffermarmi su un dettaglio spesso trascurato. I sacerdoti, per divenire tali, entrano in seminario. I laici impegnati nella vita parrocchiale rarissimamente sono preparati in modo serio. Fra questi rientrano i "musicisti". Se la liturgia, allora, è cosa seria, se il sacerdozio è, alla luce delle moderne esegesi, cosa di tutti i fedeli perché è nel battesimo, perché allora non ha spazio una seria formazione dei laici? Perché tutto è affidato alla cialtroneria?

Come ci insegna il movimento, grande preparazione sta alla base di tutto. Il gregoriano e la polifonia rinascimentale sono fulgidi esempi da grandi stagioni musicali, e la seconda è quantomai frutto di seria applicazione. IL movimento ci insegna che la semplicità non è in quello che si esegue ma nel modo in cui si esegue. Le deboli armonie dei nostri giorni molto spesso sono accorpate a tempi che le rendono ineseguibili per un'assemblea che non le abbia mai sentito, cosa che non accade con il gregoriano, per esempio: l'ascoltatore fin dalle prime note indovinerà l'andatura del brano e, tranne qualche piccolo errore, non sbaglierà così spesso come nei pezzi di musica moderna.

E se non bastasse tutto questo (parlo per esperienza, in attesa di trovare qualche fonte scritta che confermi le mie impressioni) si aggiunga il fatto che la nostra musica sacra è di bassa, bassissima qualità. E lo dicono illustri musicisti e grandi direttori d'orchestra. Un tempo si occupava di musica chi ne sapeva, pure fra i religiosi, ora, purtroppo, chi ha vissuto la stagione delle schitarrate di gioventù all'ombra di un concilio...

Certo, i semi del CVII devono vedersi nella chiara volontà di maggior partecipazione da parte dei fedeli e dei laici all'interno della liturgia, ma questo non è di nostra competenza. Questa scelta, peraltro, ha determinato la perdita del primato conferito all'organo, ormai "incalzato" dalle corali. Lo strumento allora diviene sempre di più d'accompagnamento e non "principe" della liturgia.

In base a ciò, quindi, dobbiamo riflettere noi moderni. La costituzione di un genere di musica sacra è finalità lampante che emerge dai documenti presentati a suo tempo su questo blog: ne deriva che la maggior parte della nostra musica "sacra" è totalmente da rifiutare, perché esula da quelle caratteristiche che la renderebbero tale. Finché continueremo sulla vecchia strada, non faremo altro che musica, nulla di più.
In primo luogo, per evitare in avvenire i problemi che noi ora dobbiamo affrontare, sarebbe opportuno metter per iscritto le caratteristiche tecniche che debbono avere gli strumenti da musica sacra, certo facendo riferimenti legati non al contingente, altrimenti nel futuro avremo un canone di strumenti (cosa che condannerebbe i suddetti a morte certa, poichè vincolati solo all'ambito liturgico); bisognerebbe stilare una lista di caratteristiche (come il divieto di strumenti elettrici o a corde) tali da non richiedere un Azzeccagarbugli per esser comprese anche dal più sempliciotto.
In secondo luogo sarebbe cosa ottima che le diocesi prendessero l'incarico di formare gli organisti, cosa fatta in modo serio e da docenti preparati, non dal primo fraticello che accompagna il gregoriano alla tastiera elettrica. Dovrebbe esser un compito della diocesi poichè, all'inizio, gli organisti ben preparati potrebbero esser inferiori, logicamente, al numero delle parrocchie. Devo, però, a questo punto fare un passo indietro. Un organista a parrocchia significherebbe che tutti i sacerdoti sarebbero ben disposti a che fosse suonato questo benedettissimo organo, ma sappiamo bene dalla realtà che non è così. E', dunque, compito del vescovo che si attui questa riforma musicale, che oserei appellare "Neo-ceciliana". Gli abusi sono troppi e solo l'autorità può metter fine alla grande anarchia.
In terzo luogo, sarebbe opportuno che ottimi docenti di materie musicali potessero insegnare nei seminari che , negli stessi, l'aspetto musicale della liturgia non fosse considerato come mero apparato ma parte integrante di un complesso liturgico. Solo quando i singoli sacerdoti potranno gustare la bellezza di una vera musica sacra (che non obbliga all'utilizzo del solo organo) allora potremmo assistere alla tanto attesa riforma "neoceciliana". L'educazione al bello non è indottrinamento, ma compito del docente. "Non è bello ciò che bello, ma è bello ciò che piace": così recita l'adagio popolare, ma non dice che, per questo, chi ha le possibilità non deve conoscere le motivazioni per cui una tal cosa è considerata bella. Quando sarà stato colto il concetto dietro le cose, allora ci sarà una seria riflessione.

Questi soli tre punti, ne sono convinto, potrebbero riuscire a cambiare grandemente le cose, e certamente la liturgia cattolica ne riacquisterebbe di pregio, quel pregio che ormai sembra sempre più scadere verso il basso.

domenica 6 giugno 2010

Breve storia del "Movimento ceciliano"

Vorrei cominciare questo breve excursus storico facendo un brevissimo preambolo. Il contenuto qui fornito sarà a carattere più divulgatico che scientifico, per due motivi: anzitutto non è la sede adatta per dilungargi in chiacchiere da tecnici (questo blog vuol volare basso ma lontano!),poi non possiedo, lo ammetto, la conoscenza che può avere uno storico della musica. Pertanto, qualsiasi aggiunta, correzione, suggerimento per meglio chiarire certi passaggi son ben accetti!

Il "movimento cecicilano" viene spesso definito anche come "rivoluzione ceciliana": perché? Semplicemente, perché dopo il suo avvento niente sarà più lo stesso nel panorama musicale della Chiesa cattolica. Oso: nel movimento già si avvertono certe tendenze che approderanno alla volontà riformatrice del Concilio Vaticano II, come, ad esempio, la spinta al coinvolgimento dei fedeli all'interno della liturgia, il ritorno "alle origini" [che, a differenza del Concilio, non si trasformò in archeologismo] etc. Il movimento voleva che nelle celebrazioni avessero nuovo spazio e splendore il canto gregoriano e la polifonia rinascimentale, ormai assenti dalla scena da ben quasi due secoli (il movimento nasce a cavallo tra '8-'900), due secoli diventati dominio assoluto della musica operistica.

Vorrei fare un passo indietro. La musica operistica, mi sia consentito il paragone, era la nostra musica pop/rock: era l'invenzione del secolo XVII, forse una di quelle più amate. Per rinnovare il repertorio, per attirare su di loro la attenzioni e la fama, gli organisti del tempo, spinti per certo dalla volontà di coinvolgere maggiormente i fedeli, si attivarono subito per introdurre sempre di più la musica operistica all'interno delle celebrazioni liturgiche. E dietro ad essi vennero gli organari: per questo troviamo registri "da concerto" negli organi ottocenteschi.

Naturalmente una situazione di tal genere rischiava di degenerare nella copiatura spiccicata delle musiche delle opere o di quelle da ballo [entrambe figlie dei medesimi genitori], e infatti così avvenne. Riporto quanto dice Marco Ruggeri sul periodo "operistico" della musica organistica (vedi www.organisti.it):"Oppure, peggio (perché non in concerto, ma all’interno di una Messa), ecco quel che succedeva nel 1889 in una ordinaria funzione domenicale a Venezia nella chiesa di S. Cassiano, ove lo stile e le forme bandistiche avevano veramente invaso il tempio cristiano:

…l'organista, «quantunque mostrasse agilità e pratica, avea scambiato l'organo per un pianoforte, e la chiesa per una sala da ballo. Al Vangelo: Polka, all'Offertorio: Marcia ed assolo di ottavino, all'Elevazione: Marcia funebre o trionfale con tromboncino obbligato, alla Comunione: Polka, quasi Galoppo»
".

Se, dunque, la Chiesa si era piegata ai dettami della moda messi in musica dall'organista sino al calare del secolo XVIII, oramai il clero di più alta caratura intellettuale avverte la sostanziale estraneità di tale prassi organistico-musicale col senso della liturgia cattolica. Ed insieme al clero se ne rende conto tutto quel gruppo di organisti che praticava la musica sacra con impegno e studio critico ( e devozione?). Basterà qui ricordare, per riassumere il movimento ceciliano, i nomi di Tebaldini, Perosi e Papa Pio X.

In risposta al disagio e al cattivo gusto causato dalla musica sacra nei fautori del movimento, essi proposero il ritorno al gregoriano e alla polifonia rinascimentale, con il conseguente "scadimento" di ruolo dell'organo. Lo strumento musicale non sarebbe più risultato il protagonista della liturgia, avrebbe solo accompagnato il tutto e, anche quando avrebbe dovuto suonare senza il canto di accompagnamento, pure allora avrebbe dovuto non pavoneggiarsi. Da tutto questo risultava inutile (e pericolosamente tentatrice) la numerosa serie di registri da concerto, ormai diffusi quasi su ogni strumento di rilievo.

Al grido di aiuto, pertanto, gli organari risposero prontamente. I nuovi strumenti non avevano più la "banda turca" od i "campanelli", niente di tutto ciò! Ora era tempo dei fondi e dei registri violeggianti. In aggiunta a ciò, come ottimamente dice Marco Ruggeri, si andò affermando il concetto di produzione in serie, di fabbrica d'organi, in sostituzione all'idea dell'organo quale opera unica frutto delle botteghe artigiane. E questa modernità si fa largo a colpi di machete nella selva degli organi italiani. Strumenti pregiati sia del passato (Tardo rinascimento e barocco) sia del tempo moderno (secolo XiX) venivano distrutti, subivano il cambiamento di meccanica ( da manuale a pneumatica o elettrica), subivano la cancellazione di intere file di registri, subivano la sostituzione delle canne con alcune nuove fatte di leghe differenti. Pochi strumenti si salvarono. Sì, dico si salvarono, perchè una diversa prassi musicale poteva prender le mosse dalle esecuzioni degli organisti e non dalle profonde alterazioni inflitte agli strumenti da parte degli organari. Organari che in questo periodo, se cavalcarono l'onda della riforma, divennero celeberrimi, come Tamburini, Mascioni e Vegezzi Bossi.

Come farà ogni movimento nel secolo XX, così quello ceciliano si darà un "manifesto": il Motu Proprio "Tra le sollicetudini" di Pio X. Certamente, chiamare manifesto questo documento è un po' azzardato, un po' anacronistico (il primo vero manifesto, quello del futurismo, è del '14, mentre il documento in questione è del 1903) ma ben rende l'idea di carta costitutiva di una linea teorico-musicale. Invero, bisogna altresì riconoscere che le idee avevano gà del tempo alle loro spalle e, pertanto, il Motu proprio ha una singolare natura: carta costitutiva del movimento ceciliano e sua sintesi finale. La nascita e la maturazione al medesimo momento.

Abbimo, infine, già visto gli effetti della mentalità ottocentesca sottesa al suddetto Motu proprio: il passato non ha ragion sufficiente, tutto viene modificato in base ai nuovi dettami liturgico-musicali, ed anche splendide opere (addirittura rinascimentali) vengono sventrate (il verbo non è casuale: tra '8-'900 assistiamo ai grandi sventramenti architettonici delle maggiori città europee).

Ne conseguì che poco patrimonio storico si salvò e che la "caccia alle streghe" -gli organi non ceciliani- produsse, a lungo andare una reazione di rigetto da parte degli organisti. Se, infatti, la riforma avrebbe potuto essere attuata in maniera più morbida (infatti, avrebbe potuto cambiare solo il repertorio degli organisti, senza la manomissione degli strumenti già esistenti), questo non avvenne forse per scarsa empatia fra organisti e riformatori. Non dimentichiamo, poi, un fattore importante: nel nostro angolo di mondo l'organo è quasi esclusivamente strumento liturgico, mentre nei paesi del Nord è anche profano (ometto volontariamente l'esperienza dell'organo suonato ai banchetti od alle feste dell'alta aristocrazia per la scarsa incisività che ebbero tali esecuzioni all'interno del panorama musicale). Pertanto, era logico che l'estro cretivo dell'organista avesse le ali tarpate all'interno della sola liturgia e che avesse tentato di spiccare il volo rivolgendosi alla musica mondana. Vorrei, quindi, osare dedurre una conseguenza di questo movimento ceciliano: che fra musica sacra e profana è doverosa la differna e che è altrettanto doveroso che si diffonda, per evitare strane contaminazioni, anche un uso extr-liturgico dell'organo. Se, infatti, lo strumento viene già sfruttato per musica di piacere e il pubblico ne trae godimento, allora l'assemblea dei fedeli riuniti a messa non potrà pretendere un uso para-liturgico dello strumento!

Quando, pertanto, nasce il disagio di alcuni dinanzi all'ottusità di certe manomissioni, necessariamente l'aria che tira è cambiata. Nel '39 già in Italia si ha la legge sul vincolo normativo per i beni storico-artistici: la carneficina d'organi era ora assai frenata. E in questi anni ('20-'30) assistiamo alla nascita del cosiddetto "movimento organistico", un filone di pensiero che mirava al resturo più filologico possibile degli strumenti storici.

Queste poche righe vogliono essere un breve excursus storico per meglio capire l'azione del movimento ceciliano, sulla cui portata ed attualità bisognerà ancora parlare. La storia, di per sé, non risponde a certi interrogativi.